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Il primo nucleo di palazzo Ruspoli (ingresso su largo Goldoni), attribuito a Nanni di Baccio Bigio, fu costruito nel 1556 da Francesco Jacobilli. Il fiorentino Orazio Rucellai lo acquistò nel 1583, dando incarico a Bartolomeo Ammannati di trasformarlo in una magnifica residenza. L'architetto, che conferì all'edificio un severo impianto rinascimentale, prolungò l'ala su via del Corso, realizzò una loggia sul piano rialzato aperta sul giardino ed una galleria sul piano nobile; i lavori si conclusero nel 1586. Al Rucellai, dotto letterato e collezionista, si deve la celebre Galleria Rucellai affrescata da Jacopo Zucchi, uno dei più importanti cicli decorativi romani della seconda metà del Cinquecento; sulla volta è raffigurata la "Genealogia degli Dei". Dai Rucellai il palazzo passò ai Caetani che lo tennero dal 1629 al 1776: furono loro che commissionarono una serie di lavori di ampliamento ed adeguamento dell'edificio a Bartolomeo Breccioli, che realizzò la facciata principale, ed a Martino Longhi il Giovane, che invece realizzò, tra l'altro, lo scalone d'onore composto da 100 gradini di marmo (nella foto 1), ciascuno d'un solo pezzo lungo più di tre metri, considerato una delle quattro meraviglie di Roma: "Il cembalo di Borghese / il dado di Farnese / la scala di Caetani / il portone di Carboniani". Un bel portale bugnato, sovrastato da tre finestre, immette, dopo un breve vestibolo, in un portico di colonne doriche. Quando i Ruspoli, principi di Cerveteri, comprarono il palazzo nel 1776, commissionarono a Giovanni Battista Contini alcuni lavori come il rifacimento del piano rialzato, l'allestimento della "Sala del Baldacchino" e la trasformazione della loggia sul giardino in una galleria chiusa da finestre; inoltre fecero abbellire i locali del pianterreno con affreschi di Reder, Amorosi e Costanzi, raffiguranti scene di vita romana. Il palazzo divenne uno dei centri mondani più importanti della città, noto per le feste sfarzose che vi si tenevano. Molti personaggi illustri vi abitarono, come l'ex regina d'Olanda, Ortensia (figliastra di Napoleone Bonaparte), con i suoi due figli, dei quali uno divenne Napoleone III, imperatore dei Francesi. Nel 1818 l'edificio ospitò il Caffé Nuovo, frequentato dalla migliore società dell'Ottocento, nel quale lavorava Giovanni Giganti soprannominato "bajocco", un gobbetto nano che per gli avventori valeva più d'un "luigi" (moneta). Il 4 luglio 1849, dopo l'entrata in Roma delle truppe francesi, il gestore del locale si rifiutò di servire l'acqua ad alcuni soldati, attirandosi così l'ira del Comando che trasformò il Caffé in "Cafè militaire français", quasi un bettolino per le truppe. Fu il primo locale pubblico ad essere illuminato a gas nel luglio del 1847, richiamando tanta gente che fu necessario l'intervento dei gendarmi per mantenere l'ordine pubblico. Dopo il 1870 si chiamò Caffé d'Italia ma ben presto andò in declino. Attualmente il palazzo è un importante centro espositivo di mostre archeologiche e artistiche temporanee.

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