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Il toponimo della via ha oscure o almeno dubbie radici. Infatti, lo si fa derivare o da una vecchia scultura d'epoca romana raffigurante un leone e fissata su qualche muro, o da un leone a bocca aperta, insegna di locanda o di osteria: ma un documento citato dal Romano ci parla di "messer Cencio Bellinzoni a Bocca di Leone, deputato custode della cloaca della Fonte di Trejo", che induce a supporre che la "bocca di leone" fosse il chiusino della cloaca dell'Acqua di Trevi. Non dobbiamo dimenticare, infatti, che era frequente che tali tombini fossero decorati: ne abbiamo un altro esempio nella famosa "Bocca della Verità". Via Bocca di Leone è situata nei pressi di piazza di Spagna, centro di grande movimento anche anticamente, luogo di arrivo e di sosta delle carrozze che provenivano dal nord e che portavano forestieri. Infatti questa via crebbe proprio con l'intento di fornire i servizi alla stazione della piazza: alberghi, botteghe, facocchi (ossia, le officine per la riparazione delle carrozze) e locande di ogni categoria, dei quali oggi non vi è più traccia, se si esclude l'Albergo d'Inghilterra (nella foto 1), ricco di memorie storiche. Qui nel 1848 Vincenzo Gioberti scrisse la famosa lettera ai romani; sette anni dopo qui venne papa Pio IX per rendere visita a Sua Maestà don Pedro, re di Portogallo; Edoardo Fabbri fece qui le consegne di Presidente del Consiglio dei Ministri nel settembre 1848 a Pellegrino Rossi. L'albergo fu costruito sulla foresteria dei Torlonia, i quali, banchieri di fiducia degli inglesi di passaggio a Roma, cambiavano loro in scudi romani le sterline, con notevoli guadagni, evidentemente. Sicuramente l'edificio più importante della via è il palazzo Nuñez-Torlonia (nella foto in alto sotto il titolo). Nel 1660 G.B. de Rossi costruì per il marchese Francesco Nuñez-Sanchez questo palazzo, mentre nell'Ottocento il Sarti compì opera di abbellimento dell'interno, sostituì i gradini di marmo carrarese ai rustici travertini, arricchì di stucchi le volte ed aggiunse magnifiche statue e bassorilievi agli spogli pianerottoli. Al civico 78, attraverso un breve atrio, si entra nello spazioso cortile con giardino ornato da una armoniosa fontana in mezzo a rigogliosa vegetazione. Il palazzo passò dai Nuñez a Luciano Bonaparte, poi al fratello Gerolamo, re di Westfalia, che a sua volta lo alienò ai Torlonia. Vi morì don Leopoldo Torlonia, sindaco di Roma, destituito dal Crispi, perché aveva espresso le congratulazioni dei romani al papa Leone XIII in occasione del Giubileo sacerdotale del 1887. Per breve periodo, lo spiazzo davanti al palazzo si chiamò "piazza Torlonia". Antistante il portone del palazzo, vi è una fontana (nella foto 2) eretta nel 1842 su progetto dell'architetto Antonio Sarti. È composta da un grande sarcofago romano, finemente intagliato a bassorilievo, con figure di fanciulle e di fauni disposti simmetricamente rispetto ad un medaglione centrale rappresentante un uomo togato. Un mascherone sovrapposto vi versa a ventaglio l'acqua che poi fuoriesce attraverso due cannelle inserite alla base del sarcofago, sollevato su due zampe leonine e si raccoglie in una vasca semicircolare di marmo a fior di terra protetta da colonnine. La fontana è inserita in un prospetto architettonico fiancheggiato da paraste e sormontato da un arco entro il quale figura lo stemma dei Torlonia tra due leoni rampanti: sotto l'arco, una lapide ricorda che la fontana fu fatta realizzare a cura e spese del duca don Marino Torlonia su un'area di sua proprietà.

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