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L'odierna quanto mai affollata via dei Condotti corrisponde ad un tratto dell'antica "via Trinitatis", aperta nella prima metà del Cinquecento sotto il pontificato di Paolo III Farnese e proseguita sotto Giulio III. La via, così denominata perché conduceva a Trinità dei Monti, comprendeva anche via della Fontanella di Borghese e via del Clementino. Ma prima di assumere il mistico nome di "via Trinitatis" questa strada, sia pure in formato ridotto, doveva certamente far parte di quel modesto complesso viario che dalla villa di Lucullo scendeva verso la zona più bassa di Campo Marzio, i famosi "Horti Luculliani". A riprova che la nostra via segua il tracciato di un'antica strada romana, ad angolo con la via del Corso fu scoperto un tratto di basolato, tipica pavimentazione romana, e nel 1794 furono rilevati sotto un edificio i resti di un grande tempio ottastilo. Nel Medioevo varie case di scarso rilievo costituirono nella via un primo tessuto urbanistico, che si andò definendo dopo secoli, precisamente fra il Quattrocento ed il Cinquecento, periodo al quale successe la fase barocca che si presenta ancor oggi in molti aspetti, nonostante le trasformazioni operate nella fase moderna (Ottocento e Novecento). La "via Trinitatis" assunse il nome attuale dei Condotti quando papa Gregorio XIII fece passare nel sottosuolo le condutture dell'Acqua Vergine; secondo la leggenda, invece, il termine "condotti" deriverebbe dal latino "ducti", cioè guidati, condotti, con riferimento ai soldati di Agrippa che nel 19 a.C., assetati, furono "condotti" da una fanciulla (in latino "virgo") alla sorgente dell'acqua, alla quale fu dato appunto il nome di Acqua Vergine. Lungo la via incontriamo la settecentesca chiesa della Ss.Trinità degli Spagnoli (nella foto 1), opera dell'architetto Emanuele Rodriguez de Santos. I Trinitari spagnoli, probabilmente proprio in omaggio all'antico nome della "via Trinitatis", vollero erigere qui la loro chiesa. La concava facciata barocca, armonicamente movimentata con colonne e rientranze su due ordini, è coronata da doppio timpano e dalle statue di S.Felice di Valois e di S.Giovanni de Matha: qui, inoltre, è oggetto di culto Martino de Porres, il primo santo nero. L'interno è a pianta ellittica con tre cappelle sui lati comunicanti tra loro. Notevoli gli affreschi e le tele tra le quali particolarmente degna di nota è la tela settecentesca di Corrado Giacquinto dedicata alla "Ss.Trinità". Al civico 11 vi è palazzo Maruscelli, dagli aggraziati ritmi di linee e di piani, con raffinati effetti ornamentali, ma di incerta attribuzione, pur se ispirato al barocchetto. Dai Maruscelli passò ai Lepri, famiglia milanese proveniente da ricchi mercanti ed in seguito alla marchesa Maria Cristina Bezzi-Scala, seconda moglie di Guglielmo Marconi, il quale vi abitò e vi si spense nel 1937. Ma neanche una lapide lo ricorda! Non si può certo non menzionare l'Antico Caffé Greco al civico 86 (nella foto 2), nella cui saletta chiamata "Omnibus" si riunivano le più alte personalità del mondo della cultura, della letteratura e dell'arte. Fu fondato nel 1760 dal greco Nicola della Maddalena; di mano in mano passò al Salvioni i quali, durante il blocco continentale imposto da Napoleone (1806), mentre gli altri bar offrivano surrogati del caffé poiché v'era penuria di quello vero, riuscirono egualmente a vendere ai loro avventori caffé genuino, diminuendo la misura della tazza. Il Caffé Greco fu "patriottico e repubblicano" e considerato il ritrovo dei "mal pensanti" ostili ai francesi di Oudinot, che presidiavano in armi la città. Nomi come Casanova, Goethe, Goldoni, Wagner, Listz, Schopenhauer, Stendhal, Byron, Shelley, D'Annunzio e, in tempi più recenti, Guttuso, De Chirico, Pascarella e Trilussa, gradivano trascorrervi ore in dotte conversazioni.

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