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L'arco di Dolabella e Silano (nella foto sopra) fu costruito nel 10 d.C. dai consoli Cornelio Dolabella e Gaio Giunio Silano, come si legge (a malapena) sull'attico della facciata esterna: "P. Cornelius P. f. Dolabella / C. Iunius C. f. Silanus flamen Martial(is) / co(n)s(ules) / ex S(enatus) c(onsulto) / faciundum curaverunt idemque probaver(unt)", ovvero "P. Cornelio Dolabella, figlio di Publio, e Gaio Giunio Silano, figlio di Gaio, flamine di Marte, consoli, per decreto del Senato appaltarono (quest'opera) e ne fecero il collaudo". Ma in verità si trattò di una ricostruzione perchè il sottostante arco in travertino (nella foto 1) si deve identificare con l'antica porta Caelimontana delle Mura Serviane, come confermano anche alcuni blocchi di tufo di Grotta Oscura situati sul lato destro dell'arco stesso. Nel 211 d.C., durante i lavori di restauro realizzati per volere di Settimio Severo e di Caracalla all'Acquedotto Neroniano, un ramo secondario dell'Acquedotto Claudio, l'arco venne utilizzato per sostenerne le grandi arcate che tuttora lo sovrastano. Secondo un'antica tradizione del XVIII secolo quella finestrella sovrapposta all'arco nasconde un piccolo locale nel quale visse dal 1209 fino all'anno della sua morte, avvenuta nel 1213, S.Giovanni de Matha, fondatore dell'Ordine dei Trinitari, che avevano la missione di curare gli schiavi riscattati. Per questo motivo l'Ordine ricevette in dono da papa Innocenzo III i locali di un antico monastero benedettino denominato S.Tommaso in formis.

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