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Questa via copre un tratto dell'antica "via Paolina", così chiamata perché costruita per volontà di Paolo III Farnese (1534-1549). In seguito mutò il toponimo in via dei Due Macelli a causa di due spacci di carne (uno dei quali appartenente al duca Mattei) che qui erano situati, dove la carne veniva macellata e venduta finché Leone XII fece costruire, nel 1825, il mattatoio fuori Porta del Popolo. Nata come un prolungamento rettilineo di via del Babuino, questa via collega piazza di Spagna al largo del Tritone ed è dominata per metà del suo percorso dal retro del monumentale edificio del Collegio di Propaganda Fide. Il palazzo situato dal civico 2 al civico 12 è palazzo Chauvet, costruito nel 1886 dall'architetto Giulio De Angelis e considerato "espressione dell'architettura del ferro" e tra le prime manifestazioni del razionalismo. Qui vi ebbe sede la redazione della rivista "Cronaca Bizantina" fondata da Angelo Sommaruga, che diede vita ad un momento vivace della letteratura italiana della fine Ottocento; vi collaborarono Carducci, Capuana, De Amicis, Verga, Pascarella, Pascoli ed altri. Il titolo rivelava apertamente gli scopi della rivista che si poneva contro la classe dirigente della nuova capitale; vi ebbe sede anche la "Domenica Letteraria" diretta da Ferdinando Martini. Sul palazzo due volte appare la scritta "Il Popolo Romano", un quotidiano che visse per alcuni decenni e che fu diretto fino al 1918 dal giornalista Costanzo Chauvet (dal quale il palazzo prende il nome). Molto caratteristico è il portone chiuso al civico 40 (nella foto 1), risalente al Quattrocento, decorato da bugne a forma di pagnotta, appartenente ad un antichissimo forno oggi demolito. Questo palazzetto fu proprietà della nobile famiglia dei Grazioli, in origine fornai, da cui si spiega l'inusuale decorazione del portone: fino a non molto tempo fa era possibile vedere, infisso nel muro, l'anello che la Guardia Svizzera, posta di fazione a tutti i forni in tempo di carestia per evitare tumulti, utilizzava per infilarvi l'alabarda nei momenti di riposo. Anelli simili erano posti anche accanto alle osterie e da qui nacque il detto romanesco "appoggiare l'alibarda", equivalente al toscano "attaccare il cappello al chiodo", per dire di qualcuno che ha trovato da sistemarsi bene e senza fatica. Ai nn.74-75 vi è il Salone Margherita (nella foto 2), aperto nel 1887, prima col nome di "Teatro delle Varietà" e poi con quello di "Salone". Fu gestito da Igino e Carlo Marino e poi da Renato Marino, famiglia proveniente da Napoli. Il teatro era in origine illuminato da un lucernario ed aveva un piccolo palcoscenico dinanzi al quale erano posti tavolini per la consumazione. Nei primi anni del Novecento diventò il teatrino più lussuoso della Capitale ed ebbe anni di furore, specialmente durante la belle époque per il suo ambiente aristocratico, gli stucchi, gli ori e gli specchi, i palchi, la galleria e la platea con le poltrone di velluto rosso. Su questa ribalta si videro artisti quali Donnarumma, Gino Franzi, Pasquariello, Petrolini, Milly, Maldacea ed altri. Era il teatro di varietà, il café chantant, fino all'ultima guerra, quando al posto del varietà subentrò la rivista. Nel 1972 vi si installò "Il Bagaglino", dove ancora oggi, con grande successo, allestisce spettacoli.

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