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Via Tasso collega piazza Dante a via Domenico Fontana ed è dedicata al grande poeta Torquato Tasso, l'autore della "Gerusalemme Liberata", ma a Roma è tristemente famosa perché durante l'occupazione nazifascista divenne sinonimo di reclusione e tortura da parte della Sicherheitspolizei, ovvero la Polizia di Sicurezza o SIPO, dalla quale dipendeva la Gestapo. L'edificio oggi situato ai numeri civici 145 e 155 (nella foto sopra) fu costruito alla fine degli anni Trenta del secolo scorso, sul terreno precedentemente occupato dal giardino di Villa Giustiniani, dal principe Francesco Ruspoli, il quale nel 1941 lo affittò all'ambasciata tedesca, fino ad allora ubicata nella vicina Villa Wolkonsky, che ne fece la sede del proprio Ufficio Culturale e degli Addetti militari e di polizia, al comando del capitano delle SS Herbert Kappler. Subito dopo l'occupazione militare tedesca di Roma, avvenuta l'11 settembre 1943, l'edificio fu interamente destinato a sede della SIPO, alla cui guida rimase sempre Kappler, frattanto promosso al grado di tenente colonnello: l'ala sinistra, con ingresso al civico 155, fu adibita a caserma ed uffici delle SS, quella a destra, al civico 145, fu adattata a carcere e collegata all'altra tramite due corridoi. L'ala destinata a carcere venne così suddivisa: al pianterreno ed al primo piano furono sistemati i magazzini, al primo piano la fureria, l'ufficio matricola e l'archivio, mentre gli appartamenti dal secondo al quinto piano furono trasformati in celle, operazione che fu resa possibile murando le finestre dall'interno (nella foto 1), con gli avvolgibili abbassati, ed applicando grate in ferro nei sopraluce delle porte. I ripostigli divennero celle di segregazione, mentre tutte le altre camere furono destinate ad ospitare più reclusi, sebbene la maggior parte di essi dormisse sul pavimento per mancanza di letti. L'impianto elettrico venne disattivato cosicché le celle ricevevano un po' di luce e d'aria esclusivamente dai sopraluce delle porte che affacciavano sul locale d'ingresso dell'appartamento, anch'esso privo di finestre. Superfluo dire che le condizioni dei reclusi erano pessime, forse anche peggiori di quelle dei detenuti nei Bracci 3 e 4 del carcere di Regina Coeli, anche questi gestiti dai tedeschi. L'unico pasto della giornata, che giungeva da Regina Coeli, era servito a pranzo e consisteva in una insipida brodaglia contenente pezzi di patate e verdure (normalmente cavoli) versata nella gavetta individuale in dotazione ed accompagnata da due panini. Le regole erano durissime: non era consentito né leggere né conversare tra detenuti e la violazione di tali norme comportava pene durissime, come percosse e cella di segregazione. I detenuti venivano sottoposti a lunghi e duri interrogatori, spesso accompagnati da sevizie e torture, al fine di far loro rivelare nascondigli, nomi e piani delle organizzazioni che facevano riferimento alla Resistenza. Durante la liberazione di Roma, il 4 giugno 1944, l'edificio fu abbandonato in tutta fretta dai nazisti, che lasciarono sotto chiave anche alcuni detenuti che non avevano potuto trasferire per un guasto ad uno dei camion adibiti al trasporto: tra questi anche Arrigo Paladini. Poco dopo l'allontanamento dei tedeschi, il palazzo fu preso d'assalto dalla popolazione, che liberò i prigionieri e lo saccheggiò; in seguito venne occupato dalle famiglie di sfollati che avevano perso la casa a causa della guerra. Il 15 giugno 1950 la principessa Josepha Ruspoli in Savorgnan di Brazzà, proprietaria dell'immobile, siglò un atto di donazione allo Stato di quattro degli appartamenti che erano stati impiegati come carcere, affinché fossero destinati ad ospitare in via esclusiva e permanente un "Museo storico della lotta di Liberazione in Roma". Tra il 1953 ed il 1954 le ultime famiglie di sfollati che ancora occupavano l'edificio ottennero nuovi alloggi e lasciarono lo stabile. La realizzazione del museo fu curata, per incarico del Ministero della Pubblica Istruzione, dal direttore della Biblioteca di Archeologia e Storia dell'Arte, Giulio Stendardo, ex membro del CLN di Modena per la Democrazia Cristiana. Il 4 giugno 1955 il Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi inaugurò il primo nucleo del Museo costituito dagli appartamenti situati al pianterreno e del secondo piano. Il 14 aprile 1957 il Museo venne riconosciuto come Ente Pubblico sotto la tutela del Ministero della Pubblica Istruzione con Legge 14 aprile 1957, n. 277 e la vigilanza passò al Ministero dei Beni Culturali; la sezione al terzo piano fu inaugurata il 4 agosto 1957. A partire dal 1969, a seguito della morte di Giulio Stendardo, il Museo passò un periodo di grave decadimento sinché nel 1980 riacquistò il suo giusto valore per merito del nuovo presidente, il senatore Paolo Emilio Taviani, medaglia d'oro della Resistenza e membro del CLN, nonché ministro e uomo politico della DC. Taviani conservò l'incarico sino alla sua morte, avvenuta a Roma il 18 giugno 2001. Nella sua attività Taviani fu coadiuvato e sostenuto con passione dal nuovo Direttore, il professor Arrigo Paladini, ex detenuto del carcere, miracolosamente scampato alla morte come sopra menzionato, ed in seguito dalla moglie di questi, la signora Elvira Sabbatini Paladini, tuttora vicepresidente del Museo, mentre l'attuale Presidente è il professor Antonio Parisella. Nel frattempo l'intera ala dell'edificio con accesso al civico 145 fu sottoposta a vincolo per il suo notevole interesse storico e gli appartamenti tuttora non trasformati in Museo sono sottoposti al diritto di prelazione dello Stato. Forse i luoghi più impressionanti e suggestivi del Museo sono le celle n.2 del secondo piano e n.11 del terzo, dai tedeschi utilizzate come celle di segregazione. Qui si possono ancora vedere, protetti da lastre trasparenti, i graffiti tracciati, anche con le unghie, dai prigionieri: un calendario dei giorni trascorsi in cella per non perdere la cognizione del tempo, frasi dai toni forti ("Sottotenente Arrigo Paladini condannato a morte") che lasciano immaginare l'esasperato stato d'animo dei reclusi, frasi di sfida ("La morte è brutta per chi la teme"), di incitazione ("Italia risorgi!") fino a vere e proprie lettere destinate ai propri cari. Nella foto 2 un graffito in inglese che così recita: "Cella del Generale Simoni - grande invalido della I Guerra Mondiale - sette medaglie al valore della I Guerra Mondiale - Qui dal 22 Gennaio 1944 al 24 marzo". Una lapide (nella foto 3), posta sulla facciata dell'edificio, così recita: "QUESTA LAPIDE CONSACRI NEI SECOLI IL LUOGO DOVE PIÙ INFIERÌ LA FEROCIA NAZISTA E PIÙ RIFULSE L'EROISMO DEI MARTIRI - L'ASSOCIAZIONE NAZIONALE PARTIGIANI D'ITALIA A NOME DI TUTTI I COMBATTENTI DELLA LIBERTÀ POSE A PERENNE MEMORIA IL V GIUGNO MCMXLV".

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