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Via degli Ibernesi, con un caratteristico tracciato a V, da un lato si affaccia su piazza del Grillo e dall'altro confluisce, con una breve scalinata, su via Baccina. La via prende il nome dal Collegio degli Irlandesi, situato al civico 20, che qui sorgeva: il termine ibernesi infatti deriva da "Hibernia", il nome latino dell'Irlanda. La facciata del Collegio (nella foto 1), a tre ordini di finestre incorniciate semplicemente, presenta un oculo tra il primo ed il secondo piano per dar luce alle scale; al pianterreno apre con un portale ad arco su paraste con un cartiglio abraso in chiave. Sulla sinistra vi sono cinque finestrelle quadrate del mezzanino sovrastanti le finestrelle inferriate. Il Collegio fu fondato il 1° gennaio 1628 dal francescano irlandese don Luke Wadding e dal cardinale Ludovico Ludovisi, nipote di papa Gregorio XV: inizialmente fu assegnato ai Francescani e ne divenne Rettore un prete irlandese, Eugene Callanan. Quando questi morì nel luglio 1629, i Francescani gestirono il Collegio fino al 1635, quando la Sacra Romana Rota lo assegnò ai Gesuiti, i quali, insieme ai sacerdoti secolari irlandesi, lo mantennero fino alla visita del cardinale Marefoschi nel 1772. Molti manoscritti della storia del Collegio sono conservati presso l'Archivio: tra i più importanti vi è quello scritto nel 1678 dal sacerdote gesuita padre James O'Reilly. I disordini provocati dagli studenti del Collegio nel 1772 causarono la visita del cardinale Mario Compagnoni Marefoschi: la sua durissima relazione, nella quale accusò i Gesuiti di essersi appropriati di una parte delle rendite del Collegio e di aver trascurato e fatto degenerare, rispetto alla costituzione originaria, gli studi ed il trattamento degli alunni, provocò la destituzione dei Gesuiti dalla direzione dell'istituto. Il Collegio venne così sottoposto alla giurisdizione dello stesso Marefoschi, nella sua qualità di protettore dell'Irlanda, che ne assegnò poi la gestione al sacerdote secolare Luigi Cuccagni. Nonostante gli sforzi effettuati affinché fosse un Rettore irlandese a gestire il Collegio, Cuccagni servì il suo rettorato fino a quando i Francesi entrarono a Roma nel 1798. Il Collegio, come molte altre pie istituzioni, venne allora chiuso e così rimase per 28 anni: soltanto nel 1826 papa Leone XII, affinché il Collegio potesse riprendere la sua attività, concesse a padre Michael Blake, sacerdote dell'arcidiocesi di Dublino, il Collegio Umbro, situato nel palazzo Ginnasi. Nel frattempo, infatti, l'antica dimora di via degli Ibernesi era divenuta ufficio di collocamento per le donne di servizio e sede di un corpo di assistenza per malati poveri gestito dalle Suore della Pietà. Nel 1836 il Collegio Irlandese trovò nuovo asilo, grazie alla volontà di papa Gregorio XVI, presso il monastero e la chiesa di S.Agata dei Goti. Per 100 anni il Collegio conseguì gli scopi per i quali fu fondato, ovvero la formazione degli studenti per il sacerdozio in Irlanda: Paul Cullen servì come Rettore per 17 anni, prima di andare ad Armagh come Arcivescovo e poi a Dublino, prima come Arcivescovo e poi come Primo Cardinale d'Irlanda. Gli successe Tobias Kirby, sacerdote della diocesi di Waterford e Lismore, che servì come direttore per 41 anni, dal 1850 fino al pensionamento nel 1891. L'inizio del XX secolo vide il Collegio gestito da due Rettori noti per il loro fervore nazionalistico, Michael O' Riordan da Limerick e John Hagan da Dublino: fu proprio quest'ultimo, nel 1926, che decise di lasciare la sede del collegio presso la chiesa di S.Agata dei Goti per spostarsi nella sede attuale in via dei SS Quattro 1. Oggi l'originario edificio del Collegio, con ingresso dal civico 20 di via degli Ibernesi, è occupato dal Convitto Internazionale S.Tommaso d'Aquino, fondato nel 1963 come luogo di residenza per i giovani sacerdoti che venivano a Roma al fine di proseguire gli studi superiori presso una delle Università romane. Il Convitto si trova direttamente dietro la Pontificia Università di S.Tommaso d'Aquino, nota anche come Angelicum, alla quale è collegato: la trasformazione dell'edificio cinquecentesco si deve alla grande opera dello Studio Passarelli, forse una delle poche e ben riuscite opere di riutilizzo di antichi ambienti del centro storico di Roma.

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