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La piazza (nella foto sopra) prende il nome dall'omonima chiesa, che, pur avendo ormai quasi quattro secoli di vita, rimane tuttavia la "Chiesa Nuova". Questo appellativo le deriva dal fatto che la chiesa venne eretta al posto di una vecchia chiesa medioevale, "S.Maria in Vallicella", incorporandone, in verità, anche altre due, "S.Elisabetta a Pozzo Bianco" e "S.Cecilia a Monte Giordano". La chiesa medioevale, ricordata fin dal XII secolo, era detta "in Vallicella" perché il terreno circostante formava un piccolo avvallamento. Fondata probabilmente da Gregorio Magno alla fine del VI secolo, conservava la miracolosa immagine della Vergine col Bambino, conosciuta anche come "Madonna Vallicelliana", precedentemente posta su un muro di una "stufa", o bagno pubblico, che sanguinò per essere stata colpita da un sasso. Nel periodo in cui la chiesa era in demolizione, la Vergine compì un secondo miracolo, sostenendo una parte del tetto che rischiò di crollare sui fedeli che assistevano alla S.Messa. Nel 1575 la chiesa fu donata da Gregorio XIII a S.Filippo Neri, il quale, con l'aiuto tangibile dello stesso papa e del cardinal Cesi, fece edificare la nuova chiesa da Matteo da Città di Castello e da Martino Longhi il Vecchio, che fu consacrata nel 1599. La facciata (nella foto 1), compiuta da Fausto Rughesi e terminata nel 1606, si presenta a due ordini di lesene, coronata da un timpano triangolare. Nell'ordine inferiore si apre un bel portale con un architrave coronato da un festone e dallo stemma di Angelo e Pier Donato Cesi (un albero su un monte a sei cime), i quali contribuirono alle spese per la costruzione dell'edificio, mentre sopra il timpano spezzato vi è posta una targa con l'iscrizione "DEIPARAE VIRGINI (et) S.GREGORIO MAGNO", ovvero "Alla Vergine Maria ed a S.Gregorio Magno". Il portale è fiancheggiato da due coppie di colonne che sostengono la trabeazione sulla quale vi è la seguente iscrizione: "ANGELUS CAESIUS EPISC TUDERTINUS FECIT ANNO DOM MDCV", ovvero "Angelo Cesi vescovo di Todi fece nell'Anno del Signore 1605". Infine, sul timpano che sovrasta il portale e l'iscrizione, è posta la Vergine col Bambino tra due angeli. Nel secondo ordine, al centro, si apre una finestra con balaustra, fiancheggiata da due nicchie all'interno delle quali sono poste le statue di S.Gregorio Magno (a sinistra) e di S.Girolamo (a destra). In alto, al centro del grande timpano triangolare che conclude la facciata, svetta un grande stemma dei Cesi. L'interno, a tre navate, contro l'esplicito desiderio di S.Filippo, venne decorato dopo la sua morte: Pietro da Cortona affrescò la volta, con il "Miracolo della Madonna che resse il tetto cadente", la cupola con il "Trionfo della Trinità" e l'abside con l'Assunta con i Santi; di Pier Paolo Rubens sono le due tele ai lati dell'abside e la grande pala (nella foto 2) sull'altare maggiore dove, tra Angeli e Cherubini adoranti, fu posta l'antica immagine della "Madonna Vallicelliana"; di Carlo Rainaldi è la Cappella Spada con la "Madonna in trono tra i Ss.Carlo Borromeo e Ignazio di Loyola", opera del Maratta. A sinistra dell'altare si trova infine la meravigliosa Cappella di S.Filippo Neri, dove riposa la salma dell'apostolo di Roma, affettuosamente ricordato dai romani come "Pippo bbono": si dice che uno dei muri della Cappella sia quello della stanza dove il santo morì, risparmiato dal fuoco che vi scoppiò nel 1620 e dal piccone demolitore che demolì la vecchia casa in occasione dei lavori per l'apertura del Corso Vittorio Emanuele II. A fianco della chiesa vi è l'Oratorio dei Filippini (nella foto 3), i membri dell'Ordine di S.Filippo Neri, costruito nel 1575. Il genio del Borromini realizzò la bella facciata leggermente concava e riccamente ornata, la volta piana ed i giochi prospettici all'interno, tra il 1637 ed il 1643. Il termine "oratorio" si riferisce alla funzione svolta dal luogo, dove S.Filippo faceva eseguire composizioni musicali. Dopo il 1870 parte del convento e l'oratorio furono espropriati dallo Stato italiano e destinati a sede della Corte d'Assise: l'aula borrominiana divenne così un'aula di tribunale, mentre i piani superiori divennero la sede degli uffici giudiziari. Tutto ciò provocò lo sdegno di quanti ricordavano il rispetto in cui era tenuto il luogo sacro, denso di memorie di S.Filippo: difatti, per quanto si cercasse di tramutare il sacro in profano, non fu possibile rimuovere il pulpito di legno destinato "per li sermoni" e neppure la statua di S.Filippo, che rimase al suo posto. Il sacro complesso vide per una quarantina d'anni (sino al 1911) sfilare personaggi d'ogni genere e risma, anche i protagonisti dei più celebri processi della Roma fine Ottocento: l'on.Giuseppe Luciani, processato per l'omicidio di Raffaele Sonzogno, direttore del quotidiano "La Capitale"; il sen.Bernardo Tanlongo, governatore della Banca Romana, il cui dissesto finanziario del 1893 minacciò di travolgere un uomo della statura di Giovanni Giolitti; il pittore Giuseppe Pierantoni, processato per l'uccisione, il 30 settembre 1906, di Evelina Cattermole Mancini, detta la Contessa Lara, poetessa e scrittrice di una certa notorietà. Nel 1911 il convento fu restituito ai Filippini, mentre l'oratorio rimase allo Stato: in particolare qui, al secondo piano dello stabile, risiede la Biblioteca Vallicelliana, appartenente al Ministero per i Beni e le Attività Culturali, dove sono conservate, tra le altre cose, raccolte riguardanti la storia della Chiesa, in particolare Riforma e Controriforma, e testi inerenti la cultura e la storia di Roma e del Lazio, presenti soprattutto nei fondi della Società Romana di Storia Patria, consultabili presso la Biblioteca. A decorare la piazza fu sistemata, nei primi anni del '900, la statua in marmo di Pietro Trapassi (nella foto 4), meglio conosciuto con il nome grecizzato di Metastasio (1698-1782), un grande poeta di Roma, nato nella vicina via dei Cappellari. La statua, firmata dal fiorentino Emilio Gallori, proveniva dalla piazza S.Silvestro, dove fu inaugurata nel 1886 e da dove traslocò, probabilmente per motivi di intralcio al traffico. Nel 1924 la piazza della Chiesa Nuova venne ornata da una fontana che, in passato, era situata a Campo de' Fiori. La fontana (nella foto 5), eseguita su disegno di Giacomo Della Porta nel 1581, originariamente era costituita da una tazza ovale di marmo bianco e decorata con quattro delfini bronzei (quelli preparati e mai utilizzati per la Fontana delle Tartarughe). Nel 1622 papa Gregorio XV fece apporre sopra la fontana un coperchio di travertino, con al centro una palla, molto probabilmente per evitare che la fontana continuasse ad essere un ricettacolo di immondizia. Il risultato fu che la fontana risultò talmente somigliante ad una zuppiera che i romani la battezzarono "la Terrina": in questa occasione furono anche tolti i quattro delfini ornamentali, poi scomparsi. Sul coperchio vi è una strana iscrizione: "Ama Dio e non fallire, fa del bene e lascia dire", con la data MDCXXII (1622), probabilmente ispirata ai condannati al patibolo che sorgeva permanentemente vicino alla fontana quando questa si trovava a Campo de' Fiori.

 

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Nella sezione Roma nell'Arte vedi:
S.Maria in Vallicella di G.B.Falda
Fontana della Terrina di G.Vasi

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