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La basilica fu fondata nel 336 da papa S.Marco in onore di S.Marco Evangelista. La chiesa fu restaurata varie volte: papa Adriano I (772-795) ne restaurò il tetto 1  Lapide di Vannozza Cattaneie le navate laterali, papa Gregorio IV (827-844) demolì le parti pericolanti del tempio, ricostruendole e ornando l'abside con i magnifici mosaici tuttora esisitenti. Un intervento più consistente avvenne tra il 1455 ed il 1471, quando papa Paolo II Barbo destinò la chiesa di S.Marco, insieme a palazzo Venezia, alla comunità veneziana di Roma: in questo periodo venne ricoperto il tetto con lamine di piombo incise con le insegne papali, fu decorato il soffitto a cassettoni della navata centrale, anch'esso ornato con lo stemma papale, il leone rampante, che richiama il leone di S.Marco, santo patrono di Venezia. Arricchita da una serie di monumenti funerari nelle navate, la chiesa presenta lo stile tipico del tardo barocco romano: Leon Battista Alberti, che partecipò anche alla costruzione di palazzo Venezia, potrebbe essere l'autore dell'elegante porticato in travertino e della loggia della facciata. Il pavimento attuale fu rifatto nel 1523 ma la chiesa assumerà l'aspetto attuale e definitivo solo nel 1735, ad opera del cardinale Angelo Maria Quirini. Questa chiesa, anche se non direttamente, subì il rifacimento della zona ai tempi della costruzione del Vittoriano: il palazzetto Venezia, oggi alla sua sinistra, un tempo era alla sua destra, appoggiato alla torre di palazzo Venezia. La forma attuale della basilica è dovuta all'ambasciatore Niccolò Sagredo, su disegni del Fontana e conserva, all'interno, un antichissimo càntaro che era precedentemente posto sotto il portico antistante l'ingresso, dove ognuno poteva attingere acqua da bere. Anzi, l'ignoto parroco che l'aveva fatto costruire volle che intorno fosse incisa, nel marmo, la dizione che l'acqua era un dono di Dio e che sarebbe stato scomunicato chi avesse fatto pagare un sorso di quell'acqua. Il portico, adorno di numerosi antichi frammenti e lapidi, ci riserva una sorpresa: l'epigrafe mortuaria di "Vannotia Cathanea" (nella foto 1), ovvero Vannozza Cattanei, amante di papa Alessandro VI e madre di Cesare detto il Valentino, di Giovanni, duca di Gandia e di Lucrezia la bellissima. Vannozza, però, non fu mai sepolta qui: la lapide proviene dalla chiesa di S.Maria del Popolo dove Vannozza un tempo aveva la tomba, poi scomparsa. La lapide così recita: D(EO) O(PTIMO) M(AXIMO) VANNOTIAE CATHANEAE CAESARE VALENTIAE IOANNE GANDIA(E) IAFREDO SCYLLATII ET LUCRETIA FERRARIAE DUCIBUS FILIIS NOBILI PROBITATE INSIGNI RELLIGIONE EXIMIA PARI ET AETATE ET PRUDENTIA OPTIME DE XENODOCHI(O) LATERANEN(SI) MERITAE HYERONIMUS PICUS FIDEICOM(M)ISS(I) PROCUR(ATOR) EX T(ESTAMEN)TO POS(UIT) VIX(IT) ANN(OS) LXXVI MEN((SES) IIII DIES XIII OBIIT ANNO M D XVIII XXVI NO(VEMBRIS), ovvero "A Dio Ottimo Massimo A Vannozza Cattanei, celebre guida per i figli Cesare, duca di Valentines, Giovanni, duca di Gandia, Goffredo, duca di Squillace, Lucrezia, duchessa di Ferrara, insigne per onestà, esimia per religione, di pari età e saggezza, di ottimi meriti per l'ospedale Lateranense, Geronimo Pico, procuratore del fedecommesso, pose secondo disposizione del testamento. Visse anni 76, mesi 4, giorni 13, morì nell'anno 1518, 26 novembre". L'ingresso alla basilica avviene tramite un bellissimo portale (nella foto 2) sovrastato dalla statua di S.Marco Evangelista, opera di Isaia di Pisa; l'interno, a tre navate, conserva numerose opere d'arte, come la tavola raffigurante S.Marco papa, posta sull'altare della Cappella del Sacramento, opera di Melozzo da Forlì, o il sopracitato mosaico absidale del IX secolo, al centro del quale si trova il "Cristo benedicente che regge un libro", sul quale si può leggere "Ego sum lux, ego sum vita, ego sum resurrectio", ovvero "Io sono la luce, Io sono la vita, Io sono la resurrezione". Alla sinistra del Cristo vi sono raffigurati: S.Felicissimo, S.Marco Evangelista che presenta papa Gregorio IV con in mano il modello della chiesa da lui ricostruita e con il capo racchiuso in un nimbo quadrato come si usava allora per raffigurare i viventi, S.Marco papa (il suo corpo giace nell'urna sotto l'altare della Confessione), S.Agapito martire e S.Agnese vergine e martire. Nella zona inferiore è raffigurato l'Agnello, sotto il quale scorrono quattro fiumi (il Tigri, l'Eufrate, il Fison ed il Geon) e verso cui da Gerusalemme (a sinistra) e da Betlemme (a destra) muovono i 12 agnelli simbolo dei fedeli. La facciata della basilica è caratterizzata anche dal bel campanile (nella foto 3) risalente all'epoca di papa Alessandro III (1159-1181): dei cinque piani complessivi è possibile scorgerne soltanto gli ultimi due (nella foto sotto il titolo). I piani inferiori presentano bifore, sostituite nella parte superiore da trifore poggianti su colonnine marmoree: cornici con modiglioni marmorei inseriti fra due file di laterizi aggettanti sottolineano i singoli piani. La cella campanaria conserva due campane, una del 1651 e l'altra del 1735. In passato dinanzi alla chiesa si tenevano diverse manifestazioni popolaresche, come il "ballo de li poveretti" che si svolgeva ogni primo di maggio, al quale prendevano parte popolane e giovanotti dei vari rioni ma anche gobbi, storpi, vecchietti in vena di follie, con grande spasso dei romani. La festa si svolgeva davanti al simulacro di Madama Lucrezia (nella foto 4), ornato, per l'occasione, di collane di cipolle, capi d'aglio e peperoncini. Il simulacro, che fa parte della congrega delle "statue parlanti" (insieme a Pasquino, Marforio, Abate Luigi, il Facchino ed il Babuino) era situato un tempo dinanzi alla basilica, mentre oggi è appoggiato al lato sinistro della chiesa. Il nodo delle vesti sul petto permette di identificare il busto con Iside ed era situato, in origine, nel "Tempio di Iside". La storia vuole che il busto sia stato donato a Lucrezia d'Alagno, amante di Alfonso di Aragona e di conseguenza a lei intitolato. A conforto di questa tesi c'è anche il fatto che nel XV secolo il titolo di "madama" non era in uso a Roma, mentre era diffusissimo a Napoli e nelle colonie napoletane di Roma. Molti gli aneddoti legati a questa "statua parlante": durante la Repubblica del 1799 il popolo romano buttò giù il suo busto, che cadde a bocca sotto. Il giorno dopo, sulle sue spalle, comparve la scritta a grossi caratteri: "Non ne posso veder più". E ancora, nel 1591, Gregorio XIV, sentendosi morire, si fece trasportare a palazzetto Venezia, sperando di riprendersi, grazie anche ad un alto steccato attorno alla residenza che attutiva i rumori circostanti: e invece morì. Madama Lucrezia, freddamente, sentenziò: "La morte entrò attraverso i cancelli". Proprio di fronte alla basilica vi è una bella fontanina in travertino denominata la Fontana della Pigna (nella foto 5), costituita da un semplice ed elegante stelo, al centro di un piccolo bacino, sul quale due corolle di tulipani stilizzati sostengono una pigna. L'acqua fuoriesce da due cannelle laterali e si raccoglie nelle vaschette a fior di terra protette da quattro colonnine. La fontana fu voluta dal Comune di Roma, che volle ripristinare in vari punti della città alcuni simboli di antichi rioni o di mestieri scomparsi: questo, evidentemente, simboleggia il nome del rione. Il lavoro venne affidato a Pietro Lombardi nel 1927, che realizzò anche altre fontane: la Fontana delle Anfore, la Fontana dei Libri, la Fontana delle Arti, la Fontana delle Tiare, la Fontana delle Palle di Cannone, la Fontana dei Monti, la Fontana della Botte e la Fontana del Timone.

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