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La via prende il nome dal rione al quale appartiene ed è caratterizzata dalla presenza del maestoso palazzo Maffei (nella foto sopra), eretto intorno al 1580 da Giacomo Della Porta per il cardinale Marcantonio Maffei, demolendo alcune case di famiglia. Il nipote del cardinale, Livio Maffei, vendette il palazzo nel 1591 a Camilla Peretti, sorella di Sisto V, la quale a sua volta lo rivendette per 29.000 scudi a Clemente Sannesio de Calutiis, marchese di Collelungo; nel 1621 l'edificio passò al cardinale Ludovisio, che lo rivendette al duca Francesco. Nel 1668 il palazzo fu alienato per 40.000 scudi in favore di Francesco II d'Este, che lo arricchì di una scuderia per 24 cavalli e tre rimesse da carrozza, nonché con le sale del piano nobile decorate con dipinti e stucchi. Il 1° settembre 1714 il palazzo fu rivenduto al marchese Ottaviano Acciaioli, ma il 20 dicembre 1746 passò per 56.000 scudi al conte Orazio ed a monsignor Alessandro Marescotti. I Marescotti mantennero la proprietà per più di un secolo, operando lavori di ampliamento affidati a Ferdinando Fuga. Il 5 febbraio 1865 l'edificio fu venduto per 75.000 scudi alla Banca Romana che si trasferì qui da piazza Mignanelli. Nel 1906 il palazzo fu acquistato dalla Santa Sede, che qui insediò gli uffici del Vicariato di Roma fino al 1964, dopodichè passarono provvisoriamente al palazzo di S.Callisto e poi definitivamente al palazzo Lateranense: per questo motivo palazzo Maffei viene ancora denominato come "Vicariato Vecchio". L'edificio, rimasto proprietà della Santa Sede, ha ospitato alcune associazioni laiche cattoliche, tra le quali l'Azione Cattolica. L'imponente palazzo a tre piani presenta elementi barocchi inseriti nel contesto cinquecentesco della sua struttura originaria: il portone tra due colonne (nella foto 1) è adorno sull'architrave di una testa di cane con un festone. Caratteristici i timpani delle finestre ai tre piani, triangolari e curvi al piano nobile, con teste di cervo al secondo, rievocando il simbolo dei Maffei, che ricorre anche nel cornicione dell'edificio, intervallato da motivi floreali. Cinquecentesco il grande cortile interno con un lato dell'ingresso fortificato scandito in cinque arcate da paraste doriche; sul lato opposto all'ingresso vi è una fontana, inserita in un'edicola trabeata con due lesene per lato, costituita da una statua in marmo bianco, rappresentante una "Minerva" con tunica e caducèo in bronzo nella mano destra, che poggia sopra un semplice basamento: la vasca a fior di terra, protetta da quattro pilastri, presenta un andamento curvilineo. Al primo piano è situata una loggia ora chiusa, mentre al secondo piano vi sono finestre ornate con teste di cervo e separate dal cornicione da altre finestrelle allungate nel Settecento per aprirvi dei balconcini. Al civico 19 (nella foto 2) è situata la più antica, e l'unica rimasta, delle antiche case dei Porcari, un'antichissima famiglia romana estintasi nel Seicento e che ebbe grande prestigio nella storia medioevale della città. La facciata, completamente rinnovata nell'Ottocento, si presenta con un bel portale quattrocentesco, mentre sul versante opposto della casa, in via delle Ceste 25, è situato l'altro ingresso costituito da un bel portale anch'esso del Quattrocento, attualmente con funzione di ingresso di una bottega, sovrastato dallo stemma dei Porcari e da una lapide (nella foto 3) che così recita: "STEFANO PORCARI PATRIZIO ROMANO NACQUE E DIMORÒ IN QUESTA CASA PERCHÈ LAMENTANDO LA SERVITÙ DELLA PATRIA LEVÒ IN TEMPI DI OPPRESSIONE UN GRIDO DI LIBERTÀ FU MORTO IL DI 9 GENNAIO 1453 PER ORDINE DI NICOLÒ V S.P.Q.R. 1871". Da questo ingresso si accede in un cortile dove è situata una scala a due rampe che conduce ad una seconda porta bugnata sormontata dallo stemma dei Porcari: la scala, assai curiosa e suggestiva, corre lungo i due lati a destra del cortile e conduce al piano nobile del palazzo, accessibile anche da via della Pigna, con altra porta sormontata dallo stemma dei Porcari. Stefano Porcari fu un propugnatore delle idee repubblicane, che desiderava vedere realizzate ed a tale scopo esortava il popolo a ribellarsi al potere pontificio. Era un uomo che non si fermava alle parole ed infatti tentò di passare ai fatti: organizzò una sollevazione popolare per il 6 gennaio 1453 ma, tradito da alcuni congiurati, dopo essersi rifugiato in casa della sorella, fu scovato e rinchiuso nelle carceri di Castel S.Angelo. Probabilmente le proporzioni della congiura furono ingigantite e con una rapidità fuori dal comune il Porcari fu processato ed impiccato su una torre di Castel S.Angelo pochi giorni dopo l'arresto, il 9 gennaio 1453. Un piccolo giallo è legato al suo cadavere, perchè non fu mai ritrovato, forse gettato nel Tevere o seppellito clandestinamente nella chiesa di S.Maria in Traspontina. La famiglia si vantava di discendere direttamente da Marco Porcio Catone ed infatti si narra che un busto marmoreo del grande censore fosse situato sulla facciata della casa, proprio al posto dell'odierna lapide commemorativa.

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