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Palazzo Gaddi Cesi, il cui ingresso principale è situato in via degli Acquasparta 2 (nella foto sopra), fu costruito nel primo Cinquecento per i Gaddi, ricca famiglia di mercanti toscani trasferitisi a Roma nel Quattrocento. Questi vendettero l'edificio ai Rossi di San Secondo, i quali nel 1567 lo cedettero ad Angelo di Giangiacomo Cesi. Federico Cesi, figlio di Angelo, marchese di Montecelio e primo duca di Acquasparta (da cui il nome della via sulla quale il palazzo è situato), nel 1587 ampliò il palazzo che assunse così l'attuale struttura. Ma fu suo figlio, anch'esso di nome Federico, secondo duca di Acquasparta, a dare ancora più lustro al palazzo, fondandovi nel 1603 la celebre Accademia dei Lincei (la più antica accademia scientifica del mondo) ed ospitandovi più volte l'amico Galileo Galilei. Federico II si impegnò in vari campi delle scienze naturali: di grande rilievo sono le cosiddette "Tabulae Phytosophicae", che rappresentano un importante tentativo di sistematica botanica, nelle quali egli incluse anche le piante del Nuovo Mondo. Ebbe inoltre il merito d'introdurre nella ricerca botanica l'uso di uno strumento detto "occhialino" ma che egli denominò "microscopio". Il giardino situato all'interno del palazzo ospitò il primo, piccolo Orto Botanico di Roma. Successivamente i Cesi trasferirono qui, dal palazzo di Borgo la celebre collezione di antichità, in seguito acquisita dal Comune e trasferita ai Musei Capitolini. Il palazzo fu venduto dai Cesi al marchese Ulisse Pentini nel 1798 ed ospitò, fino al 1850, la Depositeria Urbana dei pegni di Roma; fu poi acquistato dal barone Camuccini e quindi dal duca di Northumberland, per passare successivamente ai Santarelli e nel 1929 a Salvatore Buffardi. Nel 1940, in seguito ad esproprio, il palazzo passò al Ministero della Guerra, per essere adibito a sede del Tribunale Militare di Roma. Dopo aver ospitato per oltre 35 anni il Tribunale Supremo Militare e la Procura Generale Militare, oggi accoglie il Consiglio della Magistratura Militare, la Procura Generale Militare della Repubblica presso la Corte Suprema di Cassazione e presso la Corte Militare di Appello, la Corte Militare di Appello e il Tribunale Militare di Sorveglianza. L'edificio presenta una configurazione abbastanza particolare: il corpo centrale mostra al pianterreno due portali separati da cinque finestre incorniciate e con mensole, mentre i tre piani sovrastanti presentano sette finestre ognuno. Alle estremità vi sono due corpi ribassati, composti da tre piani, ognuno con tre finestre: sopra il corpo di destra svetta un'altana. Sulla facciata del corpo centrale vi sono due grandi stemmi: quello sopra il portale di sinistra (visibile nella foto sotto il titolo) rappresenta lo stemma composito Cesi-Salviati (sei cime sostenenti un albero per i Cesi, tre bande contromerlate per i Salviati), perché Federico sposò in seconde nozze Isabella Salviati. Sopra il portale di destra è situato un altro stemma composito, probabilmente riconducibile alle famiglie Gaddi-Gomez, a cui apparteneva Caterina, prima moglie di Luigi Gaddi. L'edificio gira su via della Maschera d'Oro con una lunga facciata (nella foto 1), con nove finestre per piano, lungo la quale, al civico 21, si apre un bellissimo portale marmoreo presso il quale è murato un altro stemma Cesi-Salviati (nella foto 2), uguale a quello su via degli Acquasparta ma di dimensioni decisamente inferiori. Lungo questa facciata è situata anche una lapide (nella foto 3), posta dal Comune di Roma nel 1872, che così recita: "IL PRINCIPE FEDERICO CESI ROMANO CHE STRETTO DA PERSECUZIONI MALIGNE MANTENNE L'ARDORE DELLA SCIENZA INVESTIGATORE ILLUSTRE DELLA NATURA DELL'ACCADEMIA DE LINCEI FONDATORE IN QUESTO PALAZZO DI SUA FAMIGLIA ACCOLSE LE DOTTE ADUNANZE E L'AMICO SUO GALILEI S. P. Q. R. 1872". Questa facciata, inoltre, fu decorata da pitture a chiaroscuro e graffiti da Polidoro da Caravaggio e Maturino da Firenze (come l'antistante palazzo Milesi), "lavorate con tante grazie e condotte con tanta pratica che l'occhio si smarrisce nella copia di tante belle invenzioni", come scrisse il Vasari. Le pitture, distrutte dagli anni e dall'incuria, furono ricoperte da vernice bianca e per questo irrimediabilmente perdute: oggi sono note soltanto attraverso un disegno conservato presso il Museo Albertina di Vienna (nel disegno 4). Vi erano rappresentate, tra l'altro, scene di sacrificio, di storia romana, di guerra, di caccia e raffigurazioni allegoriche.

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