Questo sito utilizza cookie per migliorare la tua esperienza ed offrire servizi in linea con le tue preferenza. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all'uso dei cookie. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie vai alla pagina Cookie Policy.

Il palazzo del Monte di Pietà riflette l'accorta ed ardita politica creditizia e sociale del XVI secolo. Il Monte dei Pegni fu fondato nel 1527 dal padre minorita Giovanni da Calvi, insieme ad un gruppo finanziario di nobili romani, per combattere gli usurai. Il Monte inizialmente non ebbe una sede stabile ma si stabilì in questo edificio solamente alla metà del XVII secolo, proveniente dalla sede di via dei Coronari. L'edificio originario fu costruito nel 1588 da Ottaviano Mascherino per il cardinale Prospero Santacroce, limitatamente alla parte centrale. Alla morte del cardinale il palazzo passò nel 1591 ai Petrignani di Amelia e poi nel 1603 al Monte di Pietà. L'edificio venne immediatamente ampliato sotto la direzione di Carlo Maderno e Francesco Borromini, per renderlo più adatto alla sua nuova funzione. Fu così prolungata la costruzione sulla destra della facciata verso la via dell'Arco del Monte, dove fu eretta anche una cappella, più tardi rifatta dal De Rossi e splendidamente adornata dal Bizzaccheri, ricca di marmi preziosi e pregevolissime sculture. Sotto il pontificato di Urbano VIII venne ampliata la piazza antistante ma la costruzione dell'edificio proseguì fino al 1730, per opera di vari artisti quali Breccioli, Peparelli e Nicola Salvi, che curò la facciata posteriore antistante la chiesa della Ss.Trinità dei Pellegrini. Una parte dell'imponente edificio serve a conservare il denaro, un'altra a custodire i pegni. La facciata sulla piazza del Monte di Pietà, con la parte centrale scandita da sei finestre architravate a mensole e da due portali, presenta una targa (nella foto 1), disegnata dal Maderno, con una bellissima edicola che riproduce "Gesù" nel sepolcro a braccia aperte, fra gli stemmi di Paolo III Farnese, fondatore del Monte, e di Clemente VIII Aldobrandini, che comprò il palazzo come sede definitiva del Monte. La targa così recita: "CLEMENS VIII PONT MAX MONTEM PIETATIS PAUPERUM COMMODO INSTITUTUM NE CRESCENTIS OPERIS AUGUMENTUM LOCI PRAEPEDIRET ANGUSTIA EX AEDIBUS A SIXTO V.P.M. COEMPTIS IN HAS AMPLIORES TRANSTULIT ET BENEFICIIS AUXIT ANNO SAL MDCIIII PONTIF XIII PETRO CARDINALI ALDOBRANDINO"; ossia: "Il sommo pontefice Clemente VIII, affinché la ristrettezza dei locali non impedisse l'espansione dell'attività in via di incremento, trasferì il Monte di Pietà, istituito a favore dei poveri, dalla sede acquistata dal pontefice Sisto V (quella in via dei Coronari) in questa più ampia e dotò di maggiori benefici, nell'anno della cristiana salvezza 1604, tredicesimo del suo pontificato, sotto il protettorato del cardinale Pietro Aldobrandini". Nel 1759 il Monte di Pietà acquistò l'adiacente palazzo Barberini ai Giubbonari e lo destinò a Depositeria Generale della Camera Apostolica ed a Banco dei Depositi; nel 1768 i due palazzi furono collegati da un cavalcavia denominato appunto "Arco del Monte". Addossata alla facciata del Monte troviamo anche la bella fontana (nella foto 2) commissionata agli inizi del XVII secolo da Paolo V Borghese a Carlo Maderno. Dalla valva di una massiccia conchiglia svetta l'aquila Borghesiana che poggia le zampe su due piccoli basamenti. Un mascherone, posto al centro di un fregio triangolare, versa l'acqua dalla bocca nella sottostante vasca con bordo arrotondato. Ai lati del mascherone due draghi sbucano fuori dal fregio centrale e dalla bocca versano anch'essi acqua nella vasca: quasi inutile precisare che l'aquila ed il drago compongono lo stemma della famiglia Borghese. Il Monte di Pietà viene chiamato, scherzosamente, dai romani "Monte d'Empietà", per l'elevato interesse (secondo loro) che viene richiesto a chi ha la sfortuna di dovervi ricorrere. Una simpatica storia si narra sull'orologio posto sotto il bel campanile a vela sulla sommità sinistra del palazzo (nella foto 3): si narra che l'orologiaio, non soddisfatto del compenso ricevuto, alterò i complicati congegni e incise sull'orologio stesso i seguenti versi: "Per non esser state a nostre patte / Orologio del Monte sempre matte". L'orologio fu aggiunto sulla facciata alla fine del XVIII secolo e la scritta fu cancellata dalle Autorità, ma l'orologio rispetta le direttive del suo costruttore: non segna mai l'ora giusta e cammina quando e come vuole.

 

Nella sezione Roma nell'Arte vedi:
Monte di Pietà di G.Vasi

ROMASEGRETA.IT
ONLINE DAL 16/02/2003
----------------------------

Questo sito è stato realizzato anche grazie alla pazienza di Rita

giweather joomla module