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La piazza prende il nome dall'imponente palazzo Farnese (nella foto sopra), costruito per il cardinale Alessandro Farnese dai più grandi artisti dell'epoca, quali Antonio da Sangallo, Michelangelo Buonarroti, il Vignola e Giacomo Della Porta. La piazza cominciò ad essere così denominata allorché il suddetto cardinale Farnese acquistò le case del cardinal Ferritz ed altre che demolì, per farne una piazza dove costruirvi la sua splendida dimora. La piazza si chiamò anche "del Duca" poiché Pier Luigi Farnese era Duca di Parma, e "piazza di Napoli" dai successivi proprietari del palazzo, i Borbone di Napoli, per poi tornare, in seguito, all'attuale denominazione. Il palazzo fu iniziato nel 1514 su disegni di Antonio da Sangallo il Giovane, ma poi, sia per l'elezione del cardinale a pontefice (Paolo III) nel 1534 sia in seguito alla morte del Sangallo (1546), i lavori furono continuati da Michelangelo, che definì l'assetto dei primi due piani, eresse il terzo ed abbellì la facciata con il balcone centrale e lo splendido cornicione aggettante. Suo anche il progetto di costruire un ponte che collegasse il palazzo al possedimento dei Farnese in Trastevere, la villa Farnesina, ma di questo progetto, interrotto dalla morte di Paolo III, resta soltanto il primo tronco di ponte su via Giulia, il cosiddetto "arco dei Farnesi". Con l'avvento del Vignola quale responsabile della fabbrica (1550-73), si raggiunse il completamento della parte retrostante (le cui logge, però, furono realizzate da Giacomo Della Porta) e si iniziò la sontuosa decorazione degli ambienti interni. Non è vero che il materiale usato per la costruzione del palazzo provenisse dal Colosseo, bensì dalle rovine di Ostia e da quelle del "Tempio del Sole" e, per quanto riguarda il travertino, dalle cave di Tivoli, mentre le travi per i soffitti del palazzo, di eccezionali proporzioni, furono fatte venire dai boschi della Carnia. Fu soprannominato "il dado" per la sua mole quadrata, ma è anche considerato una delle quattro meraviglie di Roma: "Il cembalo di Borghese / il dado di Farnese / la scala di Caetani / il portone di Carboniani". Nel 1635 i Farnese, che nel frattempo avevano acquistato il ducato di Parma, concessero ai Francesi di ospitare nel palazzo la loro sede diplomatica; estintasi la nobile famiglia nel 1731, i loro beni passarono per linee ereditarie ai Borbone di Napoli. Confiscato dal Governo italiano dopo la caduta dello Stato della Chiesa, palazzo Farnese tornò ai Francesi quale sede dell'ambasciata di Francia sin dal 1874, prima per mezzo di un contratto d'affitto e poi, dal 1936, con un atto di compravendita della durata di 99 anni: nel 2035, quindi, l'Italia tornerà in possesso della più bella architettura civile del Rinascimento italiano. La compatta ed elegante facciata principale si sviluppa su tre ordini di 13 finestre al primo ed al secondo piano e di 12 al pianterreno; il portale (nella foto 1), incorniciato da bugne, è sormontato da una grande loggia balaustrata, incorniciata da quattro semicolonne con capitelli corinzi e due colonne verdi, provenienti dalle terme delle Acque Albule presso Tivoli, e sul cui architrave è situato lo stemma di Paolo III. Le finestre al primo piano sono architravate ed hanno semicolonne con capitelli corinzi e timpani alternativamente triangolari e curvilinei; quelle al secondo piano hanno semicolonne con capitelli ionici e sono centinate con timpani triangolari. Cornici di travertino separano un piano dall'altro. Caratteristiche le finestre del pianterreno, che poggiano su un sedile di pietra, sotto al quale si aprono altrettante finestrelle. Autentico capolavoro risulta essere il cornicione a mensole con fregio a gigli sormontato da una fascia con teste di leone intervallate da gocce. Dal grande portale si accede, attraverso un vestibolo tripartito da due file di 12 colonne di granito, al cortile, vero gioiello dell'architettura rinascimentale. Quadrato, con cinque arcate per lato, intervallate da semicolonne doriche e sormontato da un cornicione con metope e triglifi, si ripete al primo piano in una galleria di grande effetto creata da Michelangelo che, abbassando gli archi delle piccole volte, creò un mezzanino per il personale della casa. Le arcate, un tempo aperte, ora sono chiuse con finestre, secondo una modifica del Vignola, che fu poi seguita dal Della Porta nel terzo piano, che si presenta con sole finestre. Le facciate su via del Mascherone e via dei Farnesi hanno invece 15 finestre per piano, tranne il pianterreno che ne ha 14, ed un portone centrale ad arco; quella su via Giulia ha 8 finestre per piano ed al centro si vedono tre loggiati di tre archi ciascuno: quello al pianterreno è aperto sul giardino, quello al piano di sopra è chiuso da finestre ed al di sopra vi è la loggia, coronata da una balaustra con la seguente iscrizione: "ALEX CARD FARNESIUS EPISCOPUS OSTIENSIS AEDES A PAULO III PONT MAX ANTE PONTIFICATUM INCHOATAS PERFECIT AN MDXXCIX", ossia "Il Cardinale Alessandro Farnese (il Giovane), vice cancelliere, vescovo di Ostia, nell'anno 1589 completò il palazzo iniziato da Paolo III Pontefice Maximo prima che divenisse papa". Nella piazza sono poste anche due belle fontane (nella foto 2 quella prossima a S.Brigida) costituite da due vasche di granito egizio provenienti dalle Terme di Caracalla, una delle quali, prima di essere posizionata qui, ornava piazza S.Marco. Fino alla metà del XVI secolo, infatti, al centro di piazza Farnese vi era soltanto una vasca di granito, lì posta a semplice ornamento. Un'altra vasca antica era situata nella piazza S.Marco, lì trasferita nel 1460 dal cardinale Pietro Barbo (futuro papa Paolo II) dalle vicinanze della chiesa di "S.Giacomo al Colosseo" (oggi scomparsa): poiché molto somigliante a quella già posta nella piazza Farnese, nella seconda metà del Cinquecento papa Paolo III Farnese la fece trasportare qui per riunirla e farne una coppia con quella già preesistente, sebbene entrambe ancora con funzione puramente ornamentale. Fu Giacomo Rainaldi nel 1626 ad adattarle a fontane, allacciandole ai condotti dell'Acqua Paola, dopo che il cardinale Odoardo Farnese ottenne da papa Gregorio XV ben 40 once d'acqua per la realizzazione dell'opera. Le due vasche, decorate con protomi leonine e con anelli a rilievo e poggianti su altrettante piscine di travertino, presentano al centro due tazze che sostengono i gigli farnesiani (originariamente in travertino, poi rifatti in marmo nei lavori di restauro del 1938) dai quali si innalzano zampilli d'acqua. La piazza fu a lungo usata quale spazio adibito all'organizzazione di tornei, corride e feste popolari: fu qui che, per la prima volta nella Roma moderna, si diede seguito al festoso e rinfrescante allagamento estivo, divenuto successivamente una peculiare attrattiva di piazza Navona. Sul lato destro della piazza, nel medesimo sito dove S.Brigida aprì un ospizio per i suoi connazionali e dove poi morì nel 1373, sorge la chiesa di S.Brigida (nella foto 3), eretta nel 1391, allorché la santa svedese venne canonizzata. L'edificio sacro, rifatto una prima volta nel 1513 e poi ancora nel Settecento, dal 1930 è affidato alle cure di monache scandinave. Altra architettura civile che nobilita la piazza è il palazzo Del Gallo di Roccagiovine (nella foto 4), iniziato da Baldassarre Peruzzi nel 1520 per conto di Ugo da Spina e completato sette anni dopo, quando era, però, già passato nelle mani di Francesco Fusconi da Norcia, archiatra di Clemente VII e poi di Paolo III. Alla fine del Cinquecento l'edificio passò dai Fusconi alla famiglia Pighini, che lo mantenne per più di due secoli. Questi fecero ristrutturare il palazzo nel 1720 dall'architetto Alessandro Specchi, al quale va il merito del magnifico scalone situato nel cortile (nella foto 5). La scalea a doppia rampa, dall'andamento leggermente obliquo, si snoda su tre piani, sorretta da colonne e pilastri e graziosamente delimitata da una bassa balaustra di marmi e stucchi. Una soluzione davvero coraggiosa, con cui l'architetto intendeva rompere in maniera del tutto esplicita con la tradizione precedente, che tendeva a situare lo scalone d'onore all'interno del palazzo, connotandolo come un elemento monumentale chiuso, poco visibile dall'esterno, quasi celato. Lo Specchi invece lo reinserì nel contesto strutturale dell'edificio, con un preciso intento scenografico, intendendo forse suggerire un dialogo con la facciata austera e massiccia di palazzo Farnese, un contrasto tra pieno e vuoto delle due architetture, poste una di fronte all'altra.

 

Nella sezione Roma nell'Arte vedi:
Palazzo Farnese di G.B.Piranesi

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