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Via dei Giubbonari prese il nome dagli artigiani e dai mercanti di gipponi, chiamati appunto gipponari, ovvero tessitori di corpetti (dal latino "jupponarii"), termine che poi nel tempo si è trasformato in giubbonari. La via precedentemente era chiamata "dei Pelamantelli", perchè qui vi erano gli stramazzatori, ossia i cardatori di lane e stoffe grezze, ma anche "via Mercatoria", una caratteristica commerciale che ancora oggi mantiene con una fila quasi ininterrotta di negozi. Nel 1944 la via fu sede dei "cicaroli", ovvero dei raccoglitori di "ciche" (sigarette) e venditori di tabacco così raccolto, nonché di quello a borsa nera. La strada collega Campo de' Fiori a piazza Benedetto Cairoli ed appartiene a tre rioni: il versante di sinistra, venendo da Campo de' Fiori e fino all'incrocio con via dei Chiavari, fa parte del rione Parione; il restante tratto sinistro fino alla piazza Cairoli fa parte del rione S.Eustachio; il versante di destra fa parte del rione Regola. Presenza importante nella via è certamente quella di palazzo Barberini ai Giubbonari (nella foto 1), al civico 41, così denominato per distinguerlo da quello successivamente costruito in via delle Quattro Fontane. Denominato anche "Casa Grande dei Barberini", il palazzo iniziò a prendere corpo nel 1581, quando monsignor Francesco Barberini acquistò una piccola casa dagli Scapucci, alla quale ben presto furono collegate alcune case adiacenti. Nel 1591 il nipote di Francesco, Maffeo, cominciò a far costruire il fianco su via dei Giubbonari da Flaminio Ponzio: al termine del cantonale bugnato, all'altezza del secondo piano, fanno bella mostra le api barberiniane. Altri lavori si ebbero sotto la direzione di Filippo Breccioli e Carlo Maderno, grazie ai quali il palazzo assunse una fisionomia più precisa con la singolare scala a lumaca. Quando Maffeo divenne papa con il nome di Urbano VIII e la famiglia si trasferì nel maestoso palazzo di via delle Quattro Fontane, la "Casa Grande" fu assegnata al fratello Carlo, che seguitò i lavori, anche con l'apporto di Giovanni Maria Bonazzini. Alla morte di Carlo, nel 1630, il palazzo passò al figlio Taddeo che fece costruire la facciata su piazza del Monte con il prestigioso vestibolo e l'altana, sotto la direzione di Francesco Contini. L'edificio rimase ai Barberini fino al 1734, quando il principe Francesco lo vendette alla Curia Generalizia dei Carmelitani Scalzi, che trasformarono l'atrio in cappella dedicandola ai Ss.Giovanni della Croce e Teresa. Quando nel 1759 i Carmelitani si trasferirono nel palazzo Rocci Pallavicini, l'edificio fu venduto al Monte di Pietà, che lo collegò alla sede centrale attraverso un cavalcavia denominato Arco del Monte (nella foto 2). Nel 1819, durante una ristrutturazione del complesso, 12 colonne di granito che ornavano l'atrio-cappella furono tolte e collocate nel Braccio Nuovo dei Musei Vaticani. Nel 1870 divenne proprietà del Comune di Roma, che vi pose la sede di una Scuola Materna, ma oggi lo stato di degrado e di abbandono è a dir poco deplorevole.

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