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Via Monserrato, una delle più belle ed interessanti vie di Roma, in passato si chiamò anche "via Arenula" o "Regola" finché assunse il nome di "Corte Savella" o "Curia dei Savelli" perchè i Savelli, nominati Marescialli di Santa Romana Chiesa e primi custodi del conclave, esercitarono qui la giurisdizione criminale trasformando un palazzo di loro proprietà (nella foto sopra) in tribunale e carcere. Il carcere, in funzione dal 1430 al 1654, all'inizio fu riservato soltanto agli ebrei ma più tardi passò a ricevere anche i rei comuni. Secondo una costituzione di Paolo V, il pasto dei carcerati non doveva costare più di sette baiocchi e mezzo e doveva essere composto "di buon vino et bastante, e almeno di una libbra di carne il giorno con la menestra"; inoltre era proibito tenere in cella "maggior numero di persone di quello che sarà scritto da' Superiori delle Carceri". Ma tutto ciò non deve far pensare ad un carcere modello perchè spesso i condannati venivano impiccati alle inferriate stesse della Corte Savella. Tra i carcerati famosi qui rinchiusi si ricorda Beatrice Cenci e la matrigna Lucrezia, le quali da qui, come riportato su un'iscrizione del palazzo di Corte Savella (nella foto 1), mossero verso il patibolo l'11 settembre 1599. Quando nel 1655 furono istituite le Carceri Nuove, la Corte Savella fu soppressa e l'edificio venne acquistato dal Collegio Inglese, fondato il 23 aprile 1578 da papa Gregorio XIII. L'edificio venne quindi opportunamente ristrutturato ma alla fine del Seicento fu in gran parte demolito per le nuove esigenze urbanistiche della zona, ma anche per dare al Collegio una struttura più ampia. Il complesso fu così collegato all'adiacente chiesa di S.Tommaso di Canterbury, già dedicata alla Ss.Trinità degli Scozzesi, ed incorporò anche un edificio adiacente, già sede di un ospizio dei cattolici inglesi chiamato "Societas pauperum Anglorum". Nel 1869 il palazzo e la chiesa vennero ristrutturati dagli architetti Virginio Vespignani e Luigi Poletti. L'edificio si compone di due piani e due ammezzati dalle finestre a cornice semplice. Apre al pianterreno un portale architravato decentrato tra finestre inferriate e porte di negozio ad arco ribassato con cartiglio; al primo piano corre una lunga balconata con grandi mensole, mentre all'angolo è situato un cantonale bugnato fino a mezza altezza e, a coronamento, un cornicione con decorazioni varie a stucchi. La via prese il nome attuale dalla chiesa dedicata alla Vergine del celebre santuario spagnolo di Montserrat, a 60 km da Barcellona. La chiesa fu costruita nel 1518 ma le sue origini sono più antiche. Già nel 1354 una nobildonna spagnola, Jacoba Ferrandes, acquistò una casa nell'allora "via Arenula" e vi fondò un ospedaletto per i suoi connazionali, dedicandolo a "S.Niccolò de' Catalani"; la cappella dell'ospizio diverrà la chiesetta di "S.Niccolò a Corte Savella", poi demolita per far posto all'attuale S.Maria di Monserrato (nella foto 2 il portale d'ingresso). Eretta su disegni di Antonio da Sangallo il Vecchio, ha la facciata simpaticamente mossa, opera di Francesco da Volterra e sull'architrave un bel gruppo della "Vergine col Bambino" che sega il monte ("Montserrat" significa, infatti, monte segato): quella simbolicamente impugnata è una vera sega da falegname. L'interno è a navata unica con cappelle laterali, vasta abside e volta a botte; vi sono sepolti i due papi di casa Borgia, Alessandro VI e Callisto III, le ossa dei quali, mescolate e chiuse in un'unica cassa, giacquero per secoli in Vaticano, da tutti dimenticate, finché nel 1881 furono traslate in questa chiesa. Alla fine del 1700 le rendite di S.Maria di Monserrato erano talmente inesistenti che i padri che l'officiavano furono costretti a vendere gli arredi sacri e persino l'immagine della Madonna, oggi venerata a Genazzano. Evidentemente non fu sufficiente se nel 1803 la chiesa venne chiusa: fu riaperta soltanto nel 1818 per opportuni restauri, quindi riconsacrata ed aperta al culto nel 1822. Al civico 20 è situato il palazzo Podocatari (nella foto 3), risalente alla fine del Quattrocento, fatto costruire da monsignor Ludovico Podocatari, medico di Innocenzo VIII e segretario personale di Alessandro VI, che nel 1500 lo fece cardinale. Alla sua morte l'edificio fu ereditato dal nipote Livio, protonotario apostolico e vescovo di Nicosia, che abbellì il palazzo con decorazioni sulla facciata, oggi scomparse, opera di Perin del Vaga. Nel 1565 il palazzo fu venduto da Pietro Podocatari ai Della Porta e da questi agli Orsini, che lo possedettero fino alla metà del Settecento. La semplice facciata presenta una porta architravata quattrocentesca, mentre le finestre ai tre piani sono seicentesche. Di fronte a questo sorge un altro palazzo del primo Cinquecento, palazzo Incoronati (nella foto 4), costruito per la famiglia degli Incoronati de Planca, originari della Spagna e stabilitisi a Roma nel Quattrocento. Nel 1569 l'edificio passò a G.B.Doni, chierico di Camera, poi ai Sacripante e ai Luparini. La facciata in laterizio si apre con un bel portale architravato di marmo e sovrastato dallo stemma degli Incoronati (un leone rampante e tre bande) e da un balcone. Al civico 25 si trova palazzo Rocci Pallavicini (nella foto 5), costruito nei primi del Seicento per la famiglia Rocci, originaria di Cremona e presente a Roma dal Cinquecento. Bernardino Rocci, maggiordomo di Clemente X e poi cardinale, incaricò Carlo Maderno di costruire il palazzo di famiglia. Gli eredi Rocci vendettero il palazzo nel 1759 ai Carmelitani Scalzi, trasferitisi da palazzo Barberini ai Giubbonari. Qui insediarono la loro Curia Generalizia e ricostruirono sulla destra del portale d'ingresso la chiesa dedicata a "S.Teresa e S.Giovanni della Croce". Nell'Ottocento i Carmelitani si trasferirono nella chiesa di S.Maria della Vittoria ed il palazzo fu acquistato dai Pallavicini, che operarono una serie di ristrutturazioni, in conseguenza delle quali la chiesa fu demolita. La facciata del palazzo è a tre piani con un bel portale sovrastato da un balcone sorretto da due mensole. Di fronte al palazzo è situata una chiesa sconsacrata, S.Giovanni in Ayno (nella foto 6), citata in un documento di papa Urbano III del 1186. L'origine dell'appellativo "ayno" è alquanto incerta, anche se quella maggiormente riconosciuta vuole che sia una deformazione del termine latino "agnus". Tra il 1552 ed il 1571 la chiesa fu sede dell'Arciconfraternita dell'Orazione e Morte che la fece restaurare. L'iscrizione sull'architrave del portale ricorda che la chiesa fu ricostruita per interessamento di tal Giusto Bonanni di S.Geminiano in una data compresa tra il 1590 ed il 1599 (la data riportata sull'architrave è danneggiata e non completamente leggibile). Al civico 105 sorge il palazzetto Giangiacomo, costruito nella seconda metà del Cinquecento per la nobile famiglia romana dei Giangiacomo ed in seguito acquistato dai Brechi; molto bella la facciata con un elegante portale su bugnato rustico, con due colonne doriche, poggianti su grosse basi fiancheggianti l'arco a bugne, che sorreggono un balcone con altre due colonne bugnate terminanti a capitello in forma di atlantidi che sorreggono il timpano ed inquadrano la grande porta-finestra, anch'essa sormontata da un timpano semicircolare. Sul tratto della via in prossimità di piazza Farnese si erge la chiesa di S.Girolamo della Carità (nella foto 7), sorta, secondo la tradizione, sulla casa dove nel 382 dimorò S.Girolamo, chiamato a Roma da papa Damaso, nella casa di una nobile matrona romana, S.Paola. La chiesa fu officiata dai Minori Osservanti fino al 1536, quando questi si trasferirono nella chiesa di S.Bartolomeo all'isola e la chiesa fu concessa da Clemente VII alla Compagnia della Carità, costituita da nobili fiorentini all'insegna della carità, titolo poi rimasto alla chiesa, promossa poi ad Arciconfraternita da Leone X. Nel convento accanto alla chiesa visse per oltre 30 anni S.Filippo Neri. La chiesa, distrutta da un incendio nel 1631, fu ricostruita nel 1657 da Domenico Castelli, come anche la facciata barocca, opera di Carlo Rainaldi. L'interno è a navata unica e conserva un settecentesco soffitto ligneo a cassettoni. L'altare maggiore è opera di Carlo Rainaldi: la pala, realizzata nel 1797 da Antonio Corsi, è una copia del celebre dipinto del Domenichino, attualmente ai Musei Vaticani, raffigurante la "Comunione di S.Girolamo". A sinistra dell'ingresso si apre l'arco a tutto sesto della Cappella Spada (nella foto 8), realizzata nel 1654 da Virgilio Spada, con la collaborazione di Francesco Borromini. L'ambiente rettangolare si sviluppa intorno ad un dipinto quattrocentesco della "Madonna con Bambino" ed è rivestito fino alla cornice di festoni di marmo alternati di giallo antico ed onice scuro, a fasce verticali. L'accesso alla cappella è chiuso da uno splendido drappo di diaspro, sorretto da due angeli inginocchiati, che funge da balaustra. Via di Monserrato ospitò, a fianco di chiese e nobili palazzi, anche case di cortigiane che ben poco avevano da invidiare ai primi, come quella della celeberrima Imperia, situata all'angolo con via del Pellegrino, una delle abitazioni più sontuose di Roma, dove ogni minimo particolare era opera di un artista: a tal proposito si narra che l'ambasciatore di Spagna, in attesa dei favori di Imperia ed avendo voglia di sputare, non trovò altro luogo che la faccia del proprio valletto, considerandolo sicuramente la cosa più indegna che si trovasse nella stanza. Degno di nota è anche il palazzetto cinquecentesco al civico 117, dove visse un'altra cortigiana di nome Tina, ma ciò che rende interessante l'edificio è l'aneddoto al quale è legato: alla fine dell'Ottocento il proprietario dell'epoca fece rimodernare completamente il palazzo e, poiché forti e persistenti furono le critiche sull'operato, fece incidere sull'architrave il motto ancora ben visibile, "TRAHIT SUA QUEMQUE VOLUPTAS", che tradotto letteralmente significa "Ognuno è mosso dal proprio piacere", ma che in pratica significa "Faccio come mi pare".

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