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Questa casa, costruita sulla base di una torre del XII secolo, fu eretta da Niccolò, figlio di Crescenzio e di Teodora, per controllare gli antichi moli di Roma ed il "ponte Emilio" dove la potente famiglia romana riscuoteva un pedaggio. L'edificio era a due piani (oggi ne resta solo quello al pianterreno ed una parte del superiore) e, secondo l'uso dell'epoca, presenta numerosi elementi di architettura romana inclusi nelle mura (come si può notare nella foto 1), probabilmente i resti di un "bagno" bizantino: la sovrapposizione di stili ed elementi architettonici risulta evidente dai capitelli in cotto sulle semicolonne del lato sinistro, dalle mensole con amorini, dal cornicione con le mensole ai resti di muro a sbalzo, che denotano numerose ristrutturazioni dell'edificio. Il popolo la chiamò "Tor Crescenzia", per quel misto di palazzotto e fortilizio, anche se la torre crollò nel 1312, quando la costruzione servì da caposaldo nel corso degli scontri avvenuti in occasione dell'arrivo di Enrico VII: dopo tali fatti rimase in piedi soltanto la casa. Una lunga ed interessante epigrafe latina, dettata dallo stesso Niccolò di Crescenzio, è posta sulla cornice curvilinea del portale d'ingresso (nella foto 2) e così recita: "Niccolò, del quale questa è la casa, non ignaro dell'inutilità della gloria del mondo, non costruì questa casa per vanagloria ma per rinnovare l'antico decoro di Roma. Nelle case belle ricordatevi dei sepolcri e state certi che lì non resterete a lungo. La morte viene sulle ali, per nessuno la vita è eterna, il nostro compito è breve e il suo corso è lieve. Se fuggissi dal vento, se chiudessi cento porte, se comandassi mille guardie, non ti coricheresti senza la morte. Se ti chiudessi in un castello vicino alle stelle, da lì più velocemente prende chiunque voglia. Sorge verso le stelle la casa sublime la cui mole Niccolò il grande, primo tra i primi, eresse dalle fondamenta per rinnovare il decoro dei padri, del padre il nome è Crescenzio e della madre Theodora. Il padre eresse questo illustre edificio che lo dedicò al caro figlio Davide". Il termine latino "mansio" contenuto in questa epigrafe (tradotto come "compito") originò il soprannome di "Tor Monzone", con il quale l'edificio fu anche indicato. La casa ebbe anche altri epiteti, come "casa di Cola di Rienzo", dalla somiglianza con il nome di Niccolò di Crescenzio oppure per il fatto che Cola di Rienzo nacque nelle vicinanze, e "casa di Pilato", perché in occasione della rappresentazione della "via Crucis" qui si raffigurava la casa di Pilato. Il palazzo presenta anche altri iscrizioni, come una serie di lettere la cui interpretazione non è mai stata svelata con certezza, anche se molti hanno tentato di darne la spiegazione; un'altra, situata sulla finestrella, ornata da una ghiera ad arco romano e posta a sinistra del portale di ingresso, dice che "Qui vi è grande onore per le genti romane e l'effigie indica chi mi abbia costruito", mentre a metà altezza della casa un'altra ancora dice che "Voi che passate per queste splendide case, o quiriti, sentite come è Niccolò uomo in questa casa". L'edificio fu abbandonato nel Quattrocento, visto che non si notano rifacimenti posteriori, ma in seguito venne usato come stalla con annesso fienile. Nel 1868 venne riscattata dal Governo pontificio e poi ceduta al Comune di Roma, che la restaurò ad uso uffici.

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