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Via dei Cerchi collega piazza di Porta Capena a piazza della Bocca della Verità ed il suo toponimo deriva dalla corruzione della parola "circo", in riferimento al limitrofo Circo Massimo: infatti il suo nome, originariamente, era proprio via del Circo Massimo, divenuto poi "via del Cerchio" ed infine "dei Cerchi". La via ricalca un tracciato molto antico denominato "vicus Consinius", in ricordo dell'antico culto dell'ara sepolta del dio Conso, protettore dei granai e degli approvvigionamenti: qui infatti si celebravano i "Consualia", le feste che si svolgevano il 23 agosto, nel periodo di raccolto, ed il 15 dicembre. La via fu aperta alla viabilità durante il pontificato di papa Sisto V, probabilmente nel 1587 per consentire il trasferimento dei due obelischi, un tempo posti sulla spina del Circo Massimo, nelle piazze del Popolo e di S.Giovanni in Laterano. A metà dell'Ottocento, più precisamente nel 1853, la via divenne la sede della prima officina, detta appunto "dei Cerchi" (nella foto 1 l'officina con le ciminiere ed il gazometro), della "Imperial City of Rome and Italian Gas Light and Coke Company", devoluta poi nella "Società Anglo-Romana per l'Illuminazione a Gas della Città di Roma", costituitasi il 10 marzo 1852. Il servizio iniziò il 1 gennaio 1854 e, insieme alla seconda officina, detta "del Popolo" perché situata in prossimità di piazza del Popolo, sulla via Flaminia, assicurarono il gas, per usi domestici ed industriali, fino al 1910, ovvero fino a quando entrò in attività lo stabilimento sulla via Ostiense. Purtroppo a Roma via dei Cerchi era tristemente famosa perché luogo prescelto, insieme a piazza di Ponte S.Angelo ed a piazza del Popolo, per le esecuzioni capitali, nel punto in cui la via termina con uno spiazzo dinanzi al grande edificio dell'ex Pastificio Pantanella: proprio qui, il 24 novembre 1868, si ebbe l'ultima condanna a morte decretata dallo Stato Pontificio ai danni di Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti, accusati dell'attentato alla Caserma Serristori. Ad eseguire la condanna fu il boia Antonio Balducci, già aiutante di Mastro Titta, che lo sostituì nel 1865: la ghigliottina è tuttora visibile nel Museo Criminologico. Nel 1939 la via fu asfaltata ed ampliata con la demolizione di alcuni edifici e dell'officina del Gas sul lato del Circo Massimo e di altre strutture sul lato del Palatino: fu in questa occasione che venne demolita  anche la chiesa di "S.Maria de manu". Il nome le derivava da una grande mano marmorea (probabilmente un ex voto) con l'indice alzato che si trovava sulla facciata e che il popolo chiamava "mano di Cicerone": nel Cinquecento si narrava che quel dito indicasse il prezzo del vino, ovvero "1 bajocco a fojetta". La chiesa custodiva un'immagine della Vergine assai venerata: si narra che la Sacra Immagine, colpita ed oltraggiata da alcuni ebrei quando era ancora addossata ad un edificio in strada, avesse iniziato a sanguinare. Naturalmente la notizia del fatto miracoloso fece il giro della città e molti fedeli affluirono davanti alla Madonna per chiederle grazia: per evitare che venisse danneggiata, fu deciso di costruirle un oratorio dove la "Madonna dei Cerchi" (così venne denominata) potesse essere venerata in tutta sicurezza. Qui ebbe sede anche la Congregazione della Madonna dei Cerchi e di Gesù Nazareno, che restò in vita fino alla demolizione della chiesa stessa. Al civico 125 resta parte dell'abside della chiesa (nella foto 2), che poi fu detta di "S.Maria dei Cerchi": sconsacrata, divenne anche sede di una bottega di maniscalco. La memoria della chiesa permane anche in quel bizzarro edificio (nella foto sotto il titolo), la struttura del quale è costituita da un casale che faceva parte degli Orti Farnesiani. La facciata, eretta nel tardo Seicento, funziona come maschera del casale stesso, quasi un fondale scenografico: su di essa, a coronamento del motivo ad oculi che caratterizza il cornicione, si trova la "mano di Cicerone" (nella foto 3), come ancora viene denominato questo calco in gesso (l'originale è andato purtroppo smarrito). Il prospetto, in un gioco architettonico di pieni e vuoti, si sviluppa tra le finestre di varia geometria e le due porte laterali, tutte incorniciate a stucco con i gigli farnesiani. L'edificio è attualmente proprietà dei Padri Benedettini Olivetani, della congregazione costituita nel 1313 a Monte Oliveto Maggiore, presso Siena, e fu edificato come monastero annesso alla limitrofa chiesa di S.Anastasia. Da segnalare, infine, che una spina di case basse, di aspetto seicentesco ma probabilmente di origine medioevale, separa la via dalla retrostante chiesa di S.Anastasia.

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