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Villa Giulia era considerata, nella metà dell'Ottocento, "l'ottava meraviglia del mondo". La villa fu costruita per volontà di Giovanni Maria Ciocchi del Monte, papa con il nome di Giulio III (1550-55), il quale la fece costruire tra il 1551 ed il 1553 come residenza di campagna, al di là del Tevere, dove arrivava in barca e dove amava passare allegramente un giorno di riposo alla settimana. Villa Giulia era composta da tre "vigne" (come allora si chiamavano le ville): la prima, denominata "Vigna Vecchia", era la proprietà più antica di famiglia ed era costituita da quella che faceva capo all'edificio ancora oggi esistente sulla via Flaminia e trasformato da Pio IV (per questo motivo denominato "Palazzina di Pio IV") e si estendeva fino al complesso di quella che divenne poi villa Poniatowski. La seconda, scomparsa, era situata di fronte alla "Vigna Vecchia" ed era indicata come "Vigna del Porto", perché arrivava alla riva del fiume. La terza, denominata "Vigna del Monte" o "Vigna di papa Giulio", corrisponde all'edifico principale, ovvero l'attuale palazzo di Villa Giulia. Tutto il complesso era inserito in un immenso parco costituito da terreni che Giulio III aveva aggiunto a quelli ereditati dal fratello. Dal Tevere, ove era il porticciolo per la barca del papa, partiva il viale d'accesso al palazzo, la "via Julia Nova" (oggi in parte ripercorso da via di Villa Giulia): qui, all'incrocio con la via Flaminia, vi era la fontana dell'Ammannati, costituita da un portico ed un prospetto in stile corinzio, al quale la vasca era stata addossata. Fatto alquanto insolito fu che l'edificio principale risultasse leggermente obliquo rispetto al viale. La Villa fu eretta secondo un disegno tracciato dallo stesso papa, anche se corretto da Michelangelo ed ampliato dal Vignola e dall'Ammannati. Un'opera perfetta, nella cornice della valle, in un suggestivo insieme di corridoi, scalee e portici raccordato da aiuole, prati e terrazze. Purtroppo il suo splendore durò poco: la morte di Giulio III, avvenuta nel 1555, ne segnò l'inizio del decadimento e della spoliazione: nel 1556 morì anche il fratello ed erede di Giulio III, Baldovino del Monte, cosicché papa Paolo IV, nel 1557, ne rivendicò la proprietà alla Santa Sede, perché, disse il papa, acquistata con i mezzi della Camera Apostolica. L'edifico della "Vigna Vecchia" fu concesso da Pio IV ai nipoti Borromeo come residenza, mentre l'edificio principale fu utilizzato saltuariamente come luogo di accoglienza per sovrani e grandi personalità in attesa di fare il loro ingresso a Roma attraverso la vicina "Porta Flaminia": tra gli altri, nel 1565 vi fu ospitata la regina Cristina di Svezia. In sostanza l'edificio rimase abbandonato a sé stesso fino al crollo avvenuto nell'Ottocento, quando fu adibito a magazzino, alloggiamento ed ospedale militare. Il suo riscatto avvenne nel 1889, quando divenne sede dell'allora "Museo d'arte etrusca e di antichità preromane", oggi "Museo Nazionale di Villa Giulia", tra i più importanti di Roma e ricco di capolavori come "l'Apollo di Veio", il "Sarcofago degli Sposi" (nella foto 1) e numerosi reperti della famosa "Raccolta Castellani" di oreficeria antica. Il palazzo (nella foto sotto il titolo), a due piani, si presenta con uno splendido portale tra due colonne doriche bugnate e due nicchie laterali, che insieme formano il basamento della loggia e delle nicchie del piano nobile inquadrate da lesene corinzie. Il pianterreno presenta quattro finestre bugnate con timpano triangolare, mentre quelle del piano superiore sono incorniciate e riccamente  decorate. Dal portone si passa prima in un breve atrio e quindi nel portico ad emiciclo (nella foto 2) sostenuto da otto colonne ioniche di granito, con un arco nel mezzo. La volta dell'emiciclo (nella foto 3) è ricoperta da un pergolato con tralci di uva e viti in cui appaiono piccoli satiri all'interno di tondi e riquadri; lungo le pareti, pannelli decorati su fondi rossi e gialli raffigurano personaggi mitologici, tra cui Marte, Mercurio, Venere ed Apollo. Dall'emiciclo si passa al piazzale, scandito sui due lati da sei colonne ioniche che delimitano cinque archi ciechi. Chiude il piazzale sul fondo la bellissima "Loggia dell'Ammannati" (nella foto 4), con quattro colonne ioniche, sull'ultima delle quali, a destra, vi è la firma dell'architetto. Da qui la vista è sublime: la parete di fondo presenta una serliana che si apre verso il terzo cortile e dalla quale si scorge, con un effetto scenico davvero entusiasmante, la statua di "Igea", copia romana di un originale attico. Dalla loggia due rampe curvilinee conducono al secondo livello, caratterizzato da una parete a paraste doriche tra le quali si aprono due nicchie che un tempo ospitavano statue; oggi rimangono soltanto due statue raffiguranti divinità fluviali poste nei vani che si aprono ai lati del motivo centrale. Il livello più basso è costituito dal ninfeo (nella foto 5), un complesso scenografico creato dal Vasari insieme all'Ammannati, al quale si accede tramite due strette scale a chiocciola: qui tutto concorre a creare un luogo impregnato di fascino e di mistero: le quattro cariatidi che sostengono il balconcino, il bellissimo pavimento romano a mosaico con Tritone, attorno al quale scorre l'Acqua Vergine che stilla dalle finte rocce emergenti dagli archi marmorei. Al di là è situato un giardino quadrangolare al centro del quale è posta una fontana in porfido rosso. In questo splendido complesso si svolge dal 1953 la serata conclusiva del famoso "Premio Strega". Come sopra menzionato, all'angolo di via Flaminia con via di Villa Giulia è situata la grande fontana, un tempo isolata, che papa Giulio III fece erigere nel 1552 da Bartolomeo Ammannati. Per i giochi d'acqua del suo ninfeo, il papa si servì dell'Acqua Vergine, il cui condotto passava vicino a piazza di Spagna, facendo costruire dal Vignola una deviazione sotterranea che, rifornendo la fontana sulla via Flaminia, arrivava fino alla villa. Una fontana notevole che nel corso dei secoli ha subìto varie vicissitudini ed il cui aspetto originario si può desumere da un affresco del 1553, situato all'interno della villa, dal disegno visibile nella foto 6 e dal maestoso prospetto architettonico in peperino tuttora esistente. Oggi essa risulta formata da due ordini sovrapposti (nella foto 7): quello inferiore, il più antico e tutto in peperino, presenta la parte centrale con due colonne corinzie in marmo su alti basamenti (in mezzo ai quali vi è la fontana), sovrastate dall'architrave con timpano, al centro del quale fu inserito, nel 1750, lo stemma papale di Benedetto XIV Lambertini; ai lati del corpo centrale si aprono i vani di due nicchie quadrangolari. La fontana è costituita da un mascherone alato (nella foto 8), sovrastato da uno stemma abraso, ai lati del quale vi sono due delfini che versano l'acqua in una grande vasca rettangolare con angoli arrotondati. L'ordine superiore, anch'esso suddiviso in tre parti, è in cortina di mattoni: il corpo centrale, con due colonne ioniche, comprende nella parte superiore due fame, di egregia fattura, ai lati dello stemma di papa Pio IV Medici; nella parte inferiore, tra due erme leonine, la grossa iscrizione in ricordo del cardinale Borromeo, "CAROLUS CARD BORROMEUS"; ai lati, infine, due finestre sormontate da scudi privi di motivi araldici e con bei festoni. Ben diversa, come abbiamo detto, doveva invece apparire inizialmente la fontana, a giudicare dalla descrizione che lo stesso Bartolomeo Ammannati ne fa in una delle sue interessanti lettere a messer Marco Benavides di Padova: "..si deliberò fargli l'ornamento che ora se gli è fatto, d'opera corintia, con colonne e pilastri, e nel mezzo una gran pietra di palmi dodici per ogni verso con una iscrizione che dice: "IULIS III PONT MAX PUBLICAE COMMODITATI ANNO III"; con due nicchi per banda, ai quali vi son dentro due statue, la Felicità e l'Abbondanza. Sotto l'epitaffio vi è una gran testa antica e bellissima d'un Apollo, che getta detta acqua in un vaso grande e bello di granito; sul fine vi son quattro acrotterie: in uno dei lati vi è la statua di Roma e nell'altro quella di Minerva; e negli altri due, due piramidi di granito e nel mezzo un Nettuno, tutte antiche e bellissime". Dalla descrizione dell'architetto si intuisce che la fontana, al momento della sopraelevazione cinquecentesca, subì varie modifiche. Nell'alto del cornicione furono tolte le "acrotterie", cioè le tre statue e le due piramidi; furono anche asportate le due statue della Felicità e dell'Abbondanza dalle nicchie laterali. Ai primi del Settecento Filippo Colonna, duca di Paliano, fece togliere dalla fontana la testa di Apollo, sostituendola con l'attuale mascherone e cambiò la lapide di papa Giulio III con quella odierna nella quale si legge: "PHILIPPUS COLUMNA PALIANI DUX MAGNEAPOL REGNI COMESTABILI". Pochi anni dopo anche lo stemma del pontefice, che si trovava nell'arco sotto l'architrave, fu trasferito al centro del timpano ed al suo posto vi fu inserita la lapide che così recita: "Fabrizio Colonna dedicò questa lapide nell'anno giubilare 1750 (prefetto delle acque monsignor Pietro Petroni) a Benedetto XIV per aver egli derivato sulla vicina strada dei terreni suburbani dei Colonna l'Acqua Vergine e ristabilito di questa acqua l'uso che si era interrotto e per aver concesso alle case cittadine dei Colonna – al posto della poca acqua condotta qui per pubblica comodità – due once d'acqua da prendersi dal bottino di Trevi". Nel Cinquecento il portico della fontana divenne la base della costruzione della cosiddetta "Palazzina di Pio IV" (nella foto 7): infatti nel 1561 Pio IV smantellò tutti gli ornamenti della fontana e vi fece costruire da Pirro Ligorio un palazzetto al quale la fontana finì per risultare addossata. Pio IV regalò poi l'edificio al cardinale Carlo Borromeo (ricordato dalla lapide ancora in loco), che vi fece costruire un secondo piano, regalandolo a sua volta alla sorella Anna. Costei andò sposa al principe Fabrizio Colonna nel 1567 ed allora la palazzina divenne proprietà della famiglia Colonna. L'interno del primo piano è diviso in due appartamenti dalla scala e dalla loggia; quest'ultima conserva sulle pareti il fregio con sontuose grottesche e scene di battaglia alternata a stemmi di Orsini e Colonna. Al centro delle volte del salone un grande stemma di Pio IV in stucco, portato da angeli affrescati e l'iscrizione: "PIUS IIII MEDICES MEDIOLANENSIS PONTIFEX MAXIMUS ANNO SALUTIS MDLXIIII". Ai primi del Novecento la palazzina era proprietà dei Balestra, ma nel 1920 fu acquistata da Augusto Jandolo che la fece restaurare. Divenuta proprietà demaniale, è attualmente sede dell'Ambasciata d'Italia presso la Santa Sede. Anteposta alla grande fontana di papa Giulio, e pure situata all'imbocco di via di Villa Giulia, intorno al 1552 venne realizzata, forse dallo stesso Ammannati, una fontana-abbeveratoio. Era costituita da un'antica vasca ovale di granito di origine termale, che riceveva acqua da un sovrastante mascherone inserito in una conchiglia. Nel 1672, quando il cardinale Federico Borromeo divenne proprietario della villa suburbana, ripristinò il flusso idrico nella fontana-abbeveratoio, nel frattempo interrotto, e la fece inserire in un prospetto architettonico a due ordini: quello inferiore adorno di un timpano, quello superiore quadripartito da lesene e terminante con un elemento a volute, in cui campeggiava lo stemma e l'iscrizione ancora oggi visibile, sia pure spostata di qualche metro rispetto alla posizione originaria (ben visibile nella foto 9). L'iscrizione così recita: "FEDERICUS S.R.E. CARD BORROMEUS AQUAM PUBBLICAE COMMODITATI REVOCAVIT ANNO DNNI MDCLXXII" (notare che DNNI non è un errore di battitura ma proprio un errore della lapide, in quanto dovrebbe essere DMNI). Probabilmente fu proprio in questa occasione che fu aggiunto un mascherone con la valva di conchiglia. Nel 1877 la vasca termale fu sostituita con la vasca della fontana del Babuino, smantellata per questioni di viabilità, mentre quella precedente fu trasferita a Villa Borghese. Nel 1932 la Cassa del Notariato divenne proprietaria del terreno retrostante l'abbeveratoio e così fece demolire il prospetto seicentesco: l'antica vasca del Babuino rimase lì, con l'epigrafe collocata però molto più in basso, mentre la fontana fu sostituita con l'attuale composizione denominata "fontana delle Conche" (nella foto 9). La conchiglia, riunitasi con l'antica vasca ovale di granito, fu trasferita a poche centinaia di metri, sempre sulla via Flaminia, ad ornare un'altra semplice fontana. Quest'ultima fu restaurata per volontà di papa Benedetto XIV nel 1750, in previsione del gran numero di pellegrini provenienti dal nord per l'anno giubilare, ed è chiamata "Arcosolio di Benedetto XIV" (nella foto 10) perché fu collocata all'interno di una specie di grotta tombale. Nel 1957 la vasca del Babuino tornò ad unirsi al Sileno e qui venne posta la vasca attuale, copia di quella del Babuino.

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