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Il toponimo della piazza deriva dal "monte" creato dalle rovine del Teatro di Marcello e dalla poderosa rocca dei Savelli costruita sulle rovine stesse. Nei primi secoli il monte si chiamò "Faffo" o "Faffi", derivato per corruzione dai Fabi che per primi costruirono e fortificarono la fortezza medioevale: successivamente fu proprietà dei Pierleoni, nel 1361 passò ai Savelli che, abbattuto il fortilizio, commissionarono nel 1519 a Baldassarre Peruzzi un sontuoso palazzo che occupò gran parte dell'antico Teatro, mentre il giardino era situato direttamente sull'area della cavea. Il palazzo ebbe il suo momento di massimo splendore con il cardinale Giulio Savelli il quale, a metà del Cinquecento, vi raccolse una ricca collezione di sculture antiche e vi istituì un cenacolo letterario. Nel 1712, alla morte di Giulio Savelli, ultimo della nobile famiglia, il palazzo passò in eredità agli Sforza Cesarini che lo vendettero alla Congregazione dei Baroni, dalla quale lo acquistò Domenico Orsini nella seconda metà del Settecento al prezzo di 29.000 scudi. Il palazzo venne abbellito ed ampliato ancora di più: tre fabbricati disposti intorno al giardino al quale si accede da un cancello tra pilastri sormontati dagli orsi araldici della nobile famiglia (nella foto 1). Nel primo fabbricato, con modesta facciata a bugne leggere, era l'abitazione della servitù; un secondo fabbricato con porticato a tre arcate e terrazza sovrastante è collegato ad un edificio semicircolare a due piani sulla curva esterna del Teatro (nella foto in alto) con finestre architravate del Cinquecento; il terzo fabbricato si presenta con una forma ad U e sviluppa sei piani. L'edificio rimase in proprietà agli Orsini fino ai tempi di Roma capitale d'Italia, dopodichè passò ai Caetani di Sermoneta. Recentemente, durante gli scavi per la riqualificazione della zona, sulla piazza si è scoperta una base di marmo bianco di notevoli dimensioni (nella foto 2), scolpita sui quattro lati con scene relative al mito di Ercole, con zoccolo di base modanato e riccamente decorato. Il pezzo, in buono stato di conservazione e situato all'interno di una copertura lignea, è parzialmente inglobato in strutture di età medioevale, realizzate per lo più sulla pavimentazione romana e realizzate con grandi blocchi di tufo. La base si trova in un'ampia zona lastricata alle spalle della scena del Teatro di Marcello detta "postscaenium", chiusa verso il Tevere da un muro perimetrale di notevoli dimensioni. Al limite settentrionale della piazza, di fronte a ponte Fabricio (detto anche "ponte dei Quattro Capi"), sorge una piccola chiesa denominata S.Gregorio della Divina Pietà (nella foto 3), anche se in passato era detta, per la vicinanza al suddetto ponte, "S.Gregorio de quattro Capora" o anche "ad quatuor capita". La tradizione vuole che sia sorta sulle case della famiglia Anicia, dove sarebbe nato S.Gregorio Magno (IV secolo). Menzionata fin dal XII secolo, fu riedificata quasi completamente nel 1729 da Filippo Barigioni per volontà di papa Benedetto XIII, il quale la cedette poi alla Congregazione degli Operai della Divina Pietà, che raccoglievano i fondi per aiutare le famiglie un tempo particolarmente agiate e poi divenute bisognose: di particolare interesse sono due buche per le elemosine, una posta sul lato destro, verso il Tevere, con la scritta "Elemosina per povere onorate famiglie e bisognose" e l'altra, sul lato opposto, identica alla precedente ma con la semplice scritta "Elemosina per la Madonna SS. della Divina Pietà". In occasione della riedificazione venne apposto, sulla facciata, il dipinto ovale raffigurante la "Crocifissione" (nella foto 4), un'opera di Etienne Parrocel, "con S.Gregorio genuflesso". La chiesa fu poi nuovamente restaurata nel 1858. L'interno, ad una sola navata, presenta una volta di copertura affrescata con opere di Giuseppe Sereni; sugli altari di destra e di sinistra si trovano dipinti risalenti alla metà del Settecento, mentre sull'altare maggiore vi è una seicentesca "Madonna della Divina Provvidenza" di Gilles Hallet. La chiesa sorge nelle immediate vicinanze del Ghetto e per questo motivo, sullo spiazzo antistante, si tenevano le prediche obbligatorie che venivano imposte agli ebrei (come anche dinanzi a S.Angelo in Pescheria o al Tempietto del Carmelo) per tentare di operarne la conversione. Una conferma esplicita dell'intolleranza religiosa che il luogo anticamente simboleggiava è rappresentata dall'iscrizione (nella foto 5) che tuttora appare sulla facciata della chiesa, tra il portale ed il dipinto della "Crocifissione", che qui venne apposta in occasione della ricostruzione del 1729, inizialmente soltanto dipinta, poi sostituita dall'attuale lapide marmorea durante il restauro del 1858 per espressa volontà di papa Pio IX. L'iscrizione bilingue, in ebraico (a sinistra) ed in latino (a destra), si riferisce ad un passaggio del profeta Isaia e così recita: "EXPANDI MANUS MEAS TOTA DIE AD POPULUM INCREDULUM QUI GRADITUR IN VIA NON BONA POST COGITATIONES SUAS POPULUS QUI AD IRACUNDIAM PROVOCAT ME ANTE FACIEM MEAM SEMPER CONGREGATIO DIVINA PIETATIS POSUIT", ovvero "Tutto il giorno ho teso le mie mani ad un popolo incredulo, che procede lungo una strada non buona, seguendo le proprie idee. Un popolo che sempre mi provoca all'ira, proprio davanti al mio volto. La Congregazione della Divina Pietà pose".

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