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Convento dei Teatini

Piazza Vidoni è posta tra Corso Vittorio Emanuele II e via del Sudario e corrisponde all'antica "piazza della Valle": prese l'attuale denominazione agli inizi dell'Ottocento quando il cardinale Pietro Vidoni andò ad abitare nel palazzo Caffarelli, divenuto poi Vidoni, che prospetta, oltre che su questa piazza, anche su Corso Vittorio Emanuele II via del Sudario. Al civico 6 è situato il palazzo del Convento dei Teatini (nella foto sotto il titolo), nato come convento dei padri dell'ordine di S.Giovanni da Thiene, i Teatini, nel 1602 su progetto del Preposto Generale dell'ordine, don Giuseppe Calcagni, con la supervisione di Girolamo Rainaldi. L'edificio prospetta su piazza Vidoni con una facciata a due piani di cinque finestre ciascuno a riquadratura semplice, sovrastanti un pianterreno dove apre un portale con timpano arcuato e spezzato, al centro del quale svetta l'emblema dei Teatini (una croce che poggia su tre cime), e fiancheggiato da quattro finestre rettangolari simili a quelle dei piani superiori. All'angolo con via del Monte della Farina, in alto, vi è un'iscrizione (nella foto 1), un tempo sormontata da uno stemma, che così recita: "CONSTANTIAE PICCOLOMINEAE ARAG AMALPHIS DUCI OPTIME MERITAE CLER REGUL", ovvero "A Costanza Piccolomini di Aragona duchessa di Amalfi insigne benefattrice dei Chierici Regolari". La duchessa, infatti, nel 1582 lasciò in eredità questo palazzo ai Teatini. La facciata che si estende su via del Monte della Farina è caratterizzata da una serie di finestre molto irregolari sia nella forma sia nella distribuzione: subito dopo l'angolo troviamo i tre piani caratterizzati da due finestre rettangolari assai distanziate tra loro, seguite da una serie di finestre arcuate, una delle quali, quella che sovrasta il portone di ingresso, molto ampia, poi finestre rettangolari e quadrate, tutte incorniciate, ed infine un finestrone arcuato situato all'ultimo piano. Dal portone di ingresso, situato al civico 64, apre un corridoio con due archi nel fondo; un grande arco immette ad una scala con nicchie arcuate a ringhiera, con le statue di Paolo IV e Clemente XI. Attraverso un altro arco si passa in un cortile. Il palazzo è in parte ancora utilizzato come convento dai Teatini, ma vi ha sede anche un alloggio per pellegrini. Nella piazza, sulla destra del palazzo, appoggiata alla fiancata laterale della chiesa di S.Andrea della Valle, è situata la "statua parlante" conosciuta come Abate Luigi (nella foto 2), una statua antica di epoca tardo-romana, rappresentante forse un console, un magistrato o un oratore. Fu rinvenuta nelle fondamenta di palazzo Vidoni ma ornava l'Hecatostylum, ovvero il "portico delle Cento Colonne". La statua è degna di nota perché fa parte del "Congresso degli Arguti", cioè delle cosiddette "statue parlanti": Pasquino, Marforio, Madama Lucrezia, il Facchino ed il Babuino. La statua ebbe varie collocazioni: inizialmente collocata a lato di palazzo Vidoni, fu posta nel vestibolo del palazzo stesso per sottrarla alle sassate dei monelli. In questa occasione sul basamento della statua fu posta dal Tomassetti un simpatica epigrafe (come ancora oggi si può vedere): "FUI DELL'ANTICA ROMA UN CITTADINO ORA ABATE LUIGI OGNUN MI CHIAMA CONQUISTAI CON MARFORIO E CON PASQUINO NELLE SATIRE URBANE ETERNA FAMA EBBI OFFESE DISGRAZIE E SEPOLTURA MA QUI VITA NOVELLA E ALFIN SICURA". Tolta dal vestibolo fu posta a lato della chiesa di S.Andrea della Valle, dove tuttora si trova, ma non si può dire che abbia avuto "vita tranquilla", visto che ogni tanto qualcuno continuava a sottrargli la testa. Il toponimo sembra derivare dall'unione casuale di due parole, "Abate" per indicare qualcosa che "è e non è" definito (come l'abate "è e non è" prete) e "Luigi" soltanto perché era uno dei nome più popolari a Roma; un'altra interpretazione vuole che la statua abbia ricevuto tale nome a causa di un infelice deforme sagrestano della vicina chiesa del Ss.Sudario, al quale l'Abate Luigi avrebbe rassomigliato. Abbiamo già detto che ogni tanto la statua "perdeva la testa" ed infatti, nel 1966, rivolgendosi all'ignoto vandalo che, per l'ennesima volta, le aveva sottratto il capo, la statua così sentenziò: "O tu che m'arrubasti la capoccia vedi d'ariportalla immantinente sinnò, vôi véde? come fusse gnente me manneno ar Governo. E ciò me scoccia". La traduzione, se dovesse servire, è questa: "O tu che mi rubasti la testa, vedi di riportarla immediatamente, sennò, vuoi vedere? come se fosse niente, mi mandano al Governo. E ciò mi secca".

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