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Piazza in Piscinula è così denominata per l'antica presenza di uno stabilimento termale con vasche o piscine ("piscinula" è un diminutivo) delle quali Roma in passato era colma e che davano il nome a molte località, anche se poi l'appellativo rimase soltanto a questa piazza ed alla via omonima adiacente. Sulla piazza, un angolo magico di antica memoria medioevale se non fosse ridotta a misero parcheggio, si affacciano le quattrocentesche Case Mattei (nella foto 1 e sotto il titolo), realizzate inglobando edifici del Trecento già di proprietà Mattei, un altro ramo della famiglia insediatosi intorno alla piazza Mattei. Le tracce più antiche si rivelano nelle finestre centinate ed a crociera, nelle bifore e nel portichetto con una colonna medioevale ed una loggia (nella foto 1). L'edificio, frutto di sovrastrutture e modifiche attuate nell'arco di cinque secoli, fu scenario di una tragedia familiare nella quale vi furono assassinati ben cinque membri dei Mattei. La famiglia è presente a Roma sin dal 1282 e si originò con un Matteo della famiglia Papi, dai quali ereditò per sé e la sua stirpe la carica di "guardiano de' ponti e ripe", con il compito cioè di mantenere l'ordine pubblico in tempo di sede vacante, qualificandosi quindi come famiglia filopontificia. Nel Seicento, con la morte di Annibale e Maria Mattei, morti senza eredi, subentrarono i Della Molara, che dettero anche il nome ad una piazzetta antistante il palazzo, verso il Tevere, scomparsa con la costruzione dei muraglioni. Poi le case andarono in parte all'oratorio della Chiesa Nuova, in parte al duca Massimo come erede dei Della Molara ed in parte al marchese Origo. Nel 1870 l'edificio ospitò la "Locanda della Sciacquetta", un termine poco glorificante visto che a Roma vi si indica una donnicciola, una servetta ma anche una sgualdrinella, ed infatti, probabilmente, fu proprio questa la destinazione d'uso della locanda; nel 1890 le case furono acquistate da due nuovi padroni, Giacomo Nuñez ed il barone Celsia di Vegliasco, che fecero restaurare il complesso restituendogli le forme originali. Un ulteriore restauro si ebbe nel 1930 ad opera dello scenografo Walter Mocchi, fino a quando nel 1960 il complesso venne suddiviso in varie unità immobiliari. Sul versante opposto della piazza si trova la chiesa di S.Benedetto in Piscinula (nella foto 2), sorta, secondo la leggenda, nel 543 sulle rovine della "domus Aniciorum" (o "casa degli Anici"), una nobile ed antichissima famiglia romana alla quale sarebbe appartenuto anche S.Benedetto da Norcia (al quale infatti la chiesa è dedicata), che vi avrebbe risieduto durante il suo soggiorno romano nel 470. La struttura muraria ed alcuni capitelli della chiesa rivelano l'esistenza di un oratorio risalente al secolo VIII, dal cui restauro ed ampliamento, dopo il saccheggio di Roberto il Guiscardo del 1084, sarebbe poi nata la chiesa. Le prime notizie documentate risalgono al 1192 quando Cencio Camerario, nel suo "Liber Censuum", la menziona come "San Benedetto de piscina". Nel XV secolo fu restaurato il tetto ad opera dell'antica e nobile famiglia romana dei Castellani. Nel 1678 fu rifatta la facciata ed ai lati furono costruiti il collegio di S.Anselmo, adibito ai Benedettini di passaggio a Roma, e l'ospedale fondato da don Lami e funzionante fino al 1726, ossia fino a quando Filippo Raguzzini, per incarico di Benedetto XIII, inaugurò l' Ospedale dedicato a S.Maria e a S.Gallicano: sia il convento sia l'antico ospedale sono scomparsi. Nel 1825 papa Leone XII soppresse la cura parrocchiale e fu così che per un decennio la chiesa subì un tale abbandono che furono necessari ben due interventi di restauro: i primi nel 1835, i secondi, ben più consistenti, nel 1844, grazie alle sovvenzioni della famiglia Massimo. I lavori, affidati all'architetto Pietro Camporese, videro il rifacimento della facciata con portale architravato, finestrone semicircolare e timpano. Il 21 marzo 1939, dopo la rinuncia al diritto di patronato della famiglia Lancellotti, la chiesa fu riaperta al pubblico e restaurata a spese del Vicariato di Roma. Dal 1941 al 2002 la chiesa fu sede di una comunità religiosa femminile, l'Istituto di Nostra Signora del Carmelo, ma dal 2003 il Vicariato di Roma ne ha affidato la custodia agli Araldi del Vangelo, un'Associazione Internazionale di Diritto Pontificio. Bello e caratteristico il campanile, il più piccolo di Roma, che conserva anche la più antica campana di Roma datata 1069. Il campanile, in laterizio ed a pianta quadrata, è suddiviso in due piani da una semplice cornice a denti di sega, nei quali si aprono piccole bifore sostenute da una colonnina; frammenti marmorei di varia forma e colore decorano la facciata. Una seconda cornice separa i piani dall'attico soprastante, sopra il quale poggia il tetto dagli spioventi molto accentuati. L'interno, a tre navate con colonne risalenti ai primi secoli dell'Impero, custodisce un pregevole pavimento cosmatesco in porfido e serpentino del XII secolo ed un dipinto del XIV secolo, posto sull'altare maggiore, raffigurante la "Vergine con Bambino". Molto importante il piccolo oratorio, a pianta trapezoidale con volta a crociera impostata su quattro colonne dall'alto plinto con capitelli medioevali del secolo VIII, costruito, intorno al XIII secolo, nel lato sinistro del portico: si tratta della ben nota Cappella della Vergine. L'altare (nella foto 3), consacrato nel 1604 ed abbellito da una bella lastra in porfido di tipo cosmatesco, custodisce una Madonna con Bambino denominata "Madonna della Misericordia", un affresco del Trecento particolarmente venerato perché si ritiene che qui davanti venisse a pregare S.Benedetto e dal quale ricevette l'invito di fondare il suo ordine. Da questo oratorio si accede in una cella molto angusta (nella foto 4) che la tradizione vuole sia stata la dimora ed il luogo di penitenza del giovane Santo, all'interno della quale vi è posta la seguente nota: "Questi mattoni, parte delle antiche mura sulle quali fu costruita la chiesa, sono i soli ruderi visibili della Domus Aniciorum, unici testimoni della presenza, intorno al 495 d.C., di un giovane di famiglia patrizia chiamato Benedetto, il quale si era recato da Norcia a Roma, secondo la consuetudine del tempo, per prepararsi alla carriera senatoria. Da qui partì per Affile, città dove ebbe luogo il suo primo miracolo conosciuto. Raggiunse poi Subiaco, dove iniziò la sublime avventura contemplativa della famiglia benedettina, divenendo, così, per la posterità, il Santo e Glorioso Patriarca del monachesimo occidentale". Al civico 19 è situato il palazzetto Nuñez Leslie (nella foto 5), un antico edificio risalente alla metà del Cinquecento quando vi si apriva la "Locanda in Piscinula" di Mario Moretti, che aveva come insegna un lume. In questa locanda trascorse gli ultimi giorni della sua vita la poetessa e letterata, nonché cortigiana, Tullia d'Aragona, che diceva di essere figlia di Ludovico d'Aragona, nipote del re Alfonso II di Napoli, ma sicuramente figlia della cortigiana ferrarese Giulia Campana. Un'epigrafe fatta incidere nel 1954 dall'allora proprietario, l'ingegnere Nuñez, così recita: "DOMUS OCCASUS TULLIAE ARAGONENSIS PULCHERRIMA ARTIBUS ATQUE LITTERIS ORNATA MDL - MDLVI", ovvero "Casa dove morì Tullia d'Aragona, bellissima, artista e letterata 1550 – 1556". In seguito l'edificio divenne proprietà dei Nuñez, marchesi oriundi di Spagna, come l'adiacente palazzo con ingresso su via della Lungarina. Il palazzetto venne poi ampliato dai Nuñez nell'Ottocento e sopraelevato: l'ultimo membro della famiglia che lo possedette, prima di venderlo a sir John Leslie, lo restaurò. I lavori, compiuti nel 1954 e ricordati da un'epigrafe,  furono eseguiti dall'ingegner Nuñez che si avvalse dell'opera dell'architetto Roberto De Luca e dell'ingegnere F. Meriggioli. A quell'epoca risale anche l'edicola sacra (nella foto 6) con "Madonna, Gesù Bambino e S.Giovanni" sull'angolo del palazzetto con via in Piscinula. Un grande disco raggiato in terracotta, sormontato da un grande padiglione bronzeo, racchiude l'immagine mariana della "Mater Misericordiae", replica d'un motivo caratteristico romano del Rinascimento, il tutto illuminato da un lampioncino arabescato fissato al muro da palmette in ferro. Il portone centinato con architrave su mensole fu invece voluto dal successivo proprietario, il baronetto irlandese John Leslie: vi è infatti riprodotto lo stemma dei Leslie, consistente in tre fibbie d'oro su fondo celeste. Le fibbie ricordano un episodio di cui fu protagonista il cavaliere ungherese Bartolomeo Leslie, antenato di John, il quale portò in salvo sul suo cavallo la regina Margherita di Scozia, poi divenuta santa, facendola aggrappare alle fibbie del suo abito, affinché non scivolasse nel torrente in piena che attraversavano. La regina, grata, concesse ala cavaliere questo elemento araldico col motto "Grip fast" (Tenete forte). Lo stesso edificio gira su via Titta Scarpetta, dove, al civico 27, troviamo lo stemma moderno dei Leslie. Il palazzetto che si affaccia sulla piazza presenta le finestre del primo piano decorate con timpani ad angolo acuto e mensole, mentre quelle del secondo piano incorniciate: in particolare la finestra centrale del primo piano, quella al di sopra dello stemma, presenta una bella decorazione. Sculture e frammenti decorativi inseriti nelle pareti provengono dalla collezione artistica dei Nuñez; da segnalare, all'inizio di via in Piscinula, una tabella raffigurante quattro pesci (nella foto 7) e la seguente iscrizione: "LAURENTI LS LANDI DE PISCIULA ET EORUM DESCENTIUM 1571". Numerose le decorazioni ed i fregi dipinti all'interno dell'appartamento: in una stanza vi sono affrescate scene di vita romana ed il castello della famiglia Leslie in Irlanda.

 

Nella sezione Roma nell'Arte vedi:
Palazzo Mattei di E.R.Franz

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