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La piazza prende il nome dalla omonima chiesa dei Ss.Apostoli che quivi sorge, affiancata dal palazzo Della Rovere, conosciuto anche, in quanto palazzo conventuale della basilica, come palazzo dei Ss.Apostoli. La base dell'edificio fu il palazzetto cardinalizio costruito nel 1471 dal nipote di Sisto IV, il cardinale Pietro Riario, commendatario della basilica. Alla morte di questi, avvenuta nel 1474, subentrò, nella carica e nell'abitazione, il cardinale Giuliano Della Rovere, che qui risiedette molti anni prima di diventare papa nel 1503 con il nome di Giulio II. Nel 1478 il cardinale incaricò Giuliano da Sangallo di costruire un più ampio complesso edilizio, con una bella torre angolare e finestre marmoree, sull'architrave delle quali fece incidere "IUL. CAR. S.P. AD VINC.", in quanto nel 1474 il Della Rovere era cardinale di S.Pietro in Vincoli. Poi volle far edificare un altro palazzo alla sinistra della chiesa, collegato al primo attraverso un porticato, cosicché i due palazzi fiancheggiavano la basilica, inquadrandone la facciata: qualche anno dopo però il palazzetto di destra scomparve, come vedremo in seguito, inglobato nel palazzo Colonna. Il palazzetto di sinistra (nella foto sopra in primo piano) si presenta con un bel portale con colonne doriche e retrostanti paraste che sorreggono un balcone con ringhiera in ferro battuto ed attraverso il quale si accede all'edificio. All'interno si aprono due cortili-chiostri, entrambi porticati su colonne ed allineati uno dietro l'altro: il primo risale alla fine del XV secolo e presenta al centro una colonna con la statua della "Vergine Maria", mentre il secondo, del XVI secolo, è occupato da una fontana. Lungo tutta la parete di destra, che in pratica fiancheggia la navata sinistra della chiesa, vi sono collocate una serie di sepolcri, tra cui quello del Cardinal Bessarione, del granduca Leopoldo di Toscana e del grande Michelangelo Buonarroti (nella foto 1), che qui ebbe la sua prima sepoltura nel 1564 prima di essere richiesto da Cosimo de' Medici e di nascosto trasportato in Santa Croce a Firenze. La struttura originaria della chiesa dei Ss.Apostoli risale al VI secolo, costruita da Pelagio I (555-566) e dedicata agli apostoli Filippo e Giacomo. Questa chiesa primitiva, preceduta da un quadriportico, era a tre navate con pianta a croce latina e possedeva il cosiddetto coro triconco, ossia tre absidi affiancate, delle quali quella centrale decorata con un mosaico. Un grave terremoto distrusse la chiesa che venne riedificata nel XV secolo da papa Martino V Colonna (1417-1431), in concomitanza della costruzione dell'adiacente palazzo di famiglia: fu in questa occasione che la chiesa venne dedicata ai 12 apostoli. Nel 1439 il cardinale titolare della basilica, Giovanni Bessarione, affidò la chiesa ai Frati Minori Conventuali, che tuttora la officiano, e commissionò ad Antoniazzo Romano la decorazione della cappella destinata alla sua sepoltura (1465), della quale sono rimasti solo alcuni frammenti. La chiesa fu restaurata alla fine del Quattrocento da Sisto IV, che commissionò all'architetto Baccio Pontelli il bel porticato a nove arcate su due ordini (nella foto 2) che ancora oggi precede la facciata: il primo ordine è formato da possenti pilastri ottagonali con capitelli a foglie, mentre le arcate sorrette da snelle colonnine ioniche che formavano il secondo ordine furono chiuse nella seconda metà del Seicento dall'architetto Carlo Rainaldi, che progettò anche le finestre con il timpano adorno di un angioletto alato. Anche le statue di Cristo e dei 12 apostoli che adornano l'attico (nella foto 3) sono opera del Rainaldi: da segnalare le tredici lettere situate sui piedistalli delle tredici statue, "F.L.D.L.C.S.O.T.C.E.C.V.B.", un elogio nascosto al cardinale Lorenzo Brancati, bibliotecario della Vaticana, che sovvenzionò il lavoro per le sculture e che hanno il seguente significato, "Frater Laurentius De Laureolo Consultor Sancti Officii Theologus Cardinalis Episcopus Custos Vaticanae Bibliothecae". La chiesa venne riedificata dalle fondamenta da Clemente XI all'inizio del Settecento, quando commissionò l'opera a Carlo e Francesco Fontana, che rifecero praticamente tutto l'interno. La facciata neoclassica, rimaneggiata nel 1827 da Giuseppe Valadier a spese di Giovanni Torlonia, è caratterizzata da quell'amplissimo finestrone centrale rettangolare che, si dice, abbia le stesse dimensioni del fornice di porta del Popolo. Ai lati due lesene di ordine composito sostengono la trabeazione con l'iscrizione "IOANNES DUX TORLONIA FRONTEM PERFECIT A.D. MDCCCXXVII", mentre un semplice timpano triangolare conclude la facciata. Sotto il porticato, sul lato destro, è situato un pregevole rilievo raffigurante un'aquila imperiale incorniciata da una corona di foglie di quercia del II secolo d.C. (nella foto 4) insieme al pregevole leone marmoreo sottostante firmato da un membro della nota famiglia romana di marmorari, i Vassalletto. Due leoni stilofori del XII secolo sono situati ai lati dell'ingresso che permette di accedere all'interno barocco, diviso in tre navate da pilastri a lesene corinzie abbinate. Molte le opere d'arte: il quadro sul fondo dell'abside, raffigurante il "Martirio degli Apostoli Filippo e Giacomo", opera di Domenico Muratori del 1704, ha il pregio di essere il quadro d'altare più grande di Roma, ben metri 20x10; il particolare effetto tridimensionale degli "Angeli ribelli" di Giovanni Odazzi, che sembrano cadere dal cielo; i sepolcri di Maria Clementina Sobjesky, moglie di Giacomo III Stuart (ne contiene solo il cuore), del Conestabile Filippo Colonna e di sua moglie; il monumento funebre di Clemente XIV, opera del 1789 del Canova, con due donne situate alla base raffiguranti la "Mansuetudine" e la "Modestia"; la Cappella del Crocifisso, del 1858, dove vi sono conservate otto colonne tortili dell'antica basilica. Nel XV secolo la chiesa ospitava la cosiddetta "festa degli Apostoli", che si svolgeva il primo maggio e durante la quale dalle finestre del vicino palazzo Colonna, che si affacciavano all'interno della chiesa, si usava gettare monete, cibarie e volatili sulla folla che si azzuffava per afferrarli; inoltre dal soffitto veniva calato un maialino appeso alla corda che i popolani dovevano agguantare, mentre getti di acqua gelata venivano gettati dall'alto per rendere l'impresa ancora più ardua: inutile dire che alla scena assistevano, dall'alto, i nobili e gli ecclesiastici, i quali si "sganasciavano" dalle risate. Poiché tutta la zona apparteneva alla ricca e potente famiglia dei Colonna la chiesa fu considerata per molto tempo come cappella personale della casata. La struttura originaria del settecentesco palazzo Colonna risale ad un'antichissima torre di proprietà dei Conti di Tuscolo, dai quali i Colonna discendono, sull'area della quale nel 1425 Martino V fece edificare un piccolo fabbricato nel quale andò ad abitare. Ai primi del Cinquecento una nipote di Giulio II, Lucrezia Gora Della Rovere, sposò Marcantonio Colonna e portò in dote due palazzetti: il palazzetto Riario situato sulla destra della chiesa (sopra menzionato) ed un'altra palazzina situata sulle falde del Quirinale. I Colonna ampliarono così la loro residenza su più isolati, che tale rimase fino alla metà del Seicento, quando fu concepita l'idea di un unico grande complesso. I lavori, iniziati da Antonio Del Grande e Girolamo Fontana ma terminati da Niccolò Michetti, durarono quasi un secolo e furono ultimati nel 1730. Il palazzo (nella foto 5) venne a svilupparsi intorno ad un grande cortile, con una grande colonna al centro (elemento araldico della famiglia), tra alberi ed aiuole, separato dalla piazza da due bassi edifici nei quali si aprono due portali con colonne sormontati da logge. L'edificio presenta due piani scanditi da lesene, con finestre a timpano centinato al primo piano, ad angolo acuto al secondo. Nel 1885 l'apertura di via Quattro Novembre determinò la demolizione e la successiva ricostruzione arretrata della facciata meridionale del palazzo ad opera di Andrea Busiri Vici. Molte le personalità illustri che quivi soggiornarono: Federico il Bavaro, Castruccio Castracane e Francesco Petrarca, quando quest'ultimo venne a Roma per essere incoronato poeta in Campidoglio. Qui si svolsero anche gravi fatti di sangue e cruente lotte intestine: il cadavere di Cola di Rienzo venne appeso alle mura del palazzo, devastazioni subite dai Riario, dai Borgia e dallo stesso popolo di Roma finché Giulio II e Leone X, impietositi dallo stato del palazzo, restituirono lo stesso ai Colonna che si impegnarono a ricostruirlo. Nell'anno 1620 Filippo Colonna decise di dotare il palazzo di una Galleria d'arte costruita da Antonio Del Grande tra il 1654 ed il 1665 con i supposti marmi del "Tempio del Sole", all'interno della quale vi sono conservate ricche opere d'arte. Tra la fine del Seicento ed i primi del Settecento furono sistemati anche i giardini sulle pendici del Quirinale, costituiti dalla villa Colonna, e collegati al palazzo da una serie di archi su via della Pilotta. Ma questa bellissima piazza ospita anche altre tre residenze gentilizie: palazzo Guglielmi, palazzo Odescalchi e palazzo Balestra. Palazzo Guglielmi (nella foto 6) fu fatto costruire nel Cinquecento dai Cybo, passò poi agli Altemps, agli Isimbardi, alla Santa Casa di Loreto e poi ai Ruffo i quali, come ricorda una lapide sullo scalone, vi accolsero l'imperatore Giuseppe II d'Austria. Successivamente passò in proprietà dei Guglielmi di Vulci, che lo fecero rinnovare nel 1873 dall'architetto Gaetano Koch, il quale cancellò l'intero aspetto cinquecentesco a favore di uno stile eclettico tipico dell'architettura di fine Ottocento. Palazzo Odescalchi (nella foto 7) presenta l'ingresso principale sulla piazza ed un altro secondario su via del Corso; l'edificio sorse sull'area del turrito palazzo dei Benzoni e, ristrutturato da Carlo Maderno nel 1622 probabilmente per i Ludovisi, che lo ebbero per pochi anni, fu ricostruito dal Bernini nel 1665 per conto della famiglia Chigi, i quali lo acquistarono dai Colonna nel 1661. I Chigi nel 1745 lo vendettero agli Odescalchi, i quali allargarono l'edificio affidandone l'incarico a Nicola Salvi ed a Luigi Vanvitelli. Due portali fiancheggiati da colonne sorreggono due balconi con lo stemma degli Odescalchi, mentre lesene composite racchiudono il primo ed il secondo piano terminante con un cornicione arricchito da grosse mensole e sovrastato da una balaustra. All'interno uno spazioso cortile rettangolare, opera del Maderno, fiancheggiato da grandi arcate su colonne doriche, è arricchito da numerose statue. Il palazzo ospitò per qualche anno, dal 1699 al 1702, la regina Maria Casimira, vedova del re di Polonia Giovanni III. Chiude la piazza il terzo edificio, palazzo Muti-Papazzurri, poi Balestra (nella foto 8), con una stretta fronte barocca, attribuito ad un allievo del Bernini, Mattia De Rossi, che lo avrebbe costruito nel 1644. Qui vi abitò e vi morì il cardinale Enrico di York, figlio del re d'Inghilterra Giacomo Stuart. Il portale, affiancato da colonne ioniche, sul cui architrave si legge il cognome Balestra, è sovrastato da un balcone. Un arco che scavalcava la via dell'Archetto univa il palazzo all'altro edificio dei Muti Papazzurri situato in piazza della Pilotta.

 

Nella sezione Roma nell'Arte vedi:
Piazza dei Ss.Apostoli di G.B.Falda

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