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Porta Metronia si apre lungo il perimetro delle Mura Aureliane. Numerosi furono i nomi che le vennero attribuiti: "Metrodia", "Metaura", "Metrone", "Metiana", "Mitrobi", "Metrovia" (probabilmente da un tal "Metrobius" che avrebbe posseduto un vasto possedimento in questa zona) e persino "Gabiusa", per il fatto che la via Gallia, che si trova subito dopo la porta, conduceva a "Gabii", l'antica città dei Volsci, ricca e potente durante l'età repubblicana. La Porta Metronia era in realtà una semplice posterula perchè non aveva grande importanza come uscita dalla città ed infatti, caso unico, la porta, anziché essere fiancheggiata da torri, era inclusa alla base di una torretta, sporgente verso l'interno della città e tuttora ben visibile da entrambi i lati sebbene murata (possiamo ammirarla nella foto 1 in mezzo alle due coppie di fornici, ribassata rispetto al piano stradale attuale, e nella foto 2 alla base della torretta merlata).

1 Lato interno


L'arco della porta non presenta né stipiti né architravi bensì un solo arco in laterizio, mentre le due coppie di fornici laterali furono aperte una al tempo del fascismo e l'altra nel dopoguerra soltanto per migliorare la circolazione stradale. Il fornice di Porta Metronia venne chiuso nel XII secolo affinché la porta stessa potesse essere utilizzata per il passaggio dell'Acqua Mariana, portata a Roma da papa Callisto II nel 1122 e proveniente da Squarciarelli. Denominata anche "Marrana di S.Giovanni" (deviazione linguistica che poi a Roma verrà utilizzata per indicare qualsiasi acqua stagnante) perchè scorreva all'esterno della Porta S.Giovanni, l'acqua Mariana, superata Porta Metronia, dove si mescolava con le acque provenienti dal Laterano (le cui proprietà ferruginose diedero il nome di "Ferratella" alla zona), passava per gli orti del monastero di S.Sisto Vecchio, proseguivano verso la "Valle Murcia" (la depressione tra Aventino e Celio), raggiungeva il Circo Massimo all'altezza della Torre della Moletta e terminava la sua corsa nel Tevere, nei pressi della Cloaca Maxima: qui veniva utilizzata per muovere ben 14 "mole di terra", come venivano chiamati questi mulini azionati non dall'acqua del Tevere ma dalla Marrana, appunto.

2 Torretta con porta e lapidi


Sul lato interno della porta (nella foto 2), proprio al di sopra della posterula murata, vi sono conservate due lapidi: quella di sinistra è una lapide originale medioevale risalente al 1157 che ricorda i lavori di restauro eseguiti dal Popolo e dal Senato Romano, mentre quella di destra ricorda altri lavori eseguiti nel 1579. La prima (nella foto 3) così recita: "R SAGL + ANNO MCLVII INCARNT DNI NRI IHV XRI SPQR HEC MENIA VETUSTATE DILAPSA RESTAURAVIT SENATORES SASSO IOHS DE ALBERICO ROIERI BUCCACANE PINZO FILIPPO IOHS DE PARENZO PETRUS DS ET SALVI CENCIO DE ANSOINO RAINALDO ROMANO NICOLA MANNETTO", ovvero "Regione S.Angelo + Nell'anno 1157 dell'incarnazione di Nostro Signore Gesù Cristo il Senato e il Popolo Romano queste mura crollate per la vecchiaia restaurarono.

3 Lapide del 1157


Erano senatori Sasso, Giovanni di Alberico, Roieri Buccacane, Pinzo, Filippo, Giovanni di Parenzo, Pietro Diotisalvi, Cencio di Ansoino, Rainaldo Romano, Nicola Mannetto". Questi erano i consiglieri che costituivano l'esecutivo del Senato e che, in un momento in cui il Comune voleva affermare con forza la sua indipendenza dal potere papale, fecero apporre questa lapide a memoria del restauro senza nemmeno citare il nome del pontefice regnante, Adriano IV.

4 Lapide del 1579


La seconda (nella foto 4) così recita: "GREGORIO XIII PONTIFICE MAXIMO CAESAR IUVENALIS LATINI F MANNETTUS COS III TURRIM HANC OLIM COLLAPSAM ET A NICOLAO MANNETTO VII VIRO SENATORE COLLEGISQUE EIUS QUORUM FAMILIAE EXTINCTAE SUNT INSTAURATAM RURSUS POST ANNOS CDXXI ITERUM COLLABENTEM UT PUBLICUM MANNETTAE FAMILIAE IN PATRIAM PERPETUAE VOLUNTATIS EXTET MONUMENTUM PRIVATA IMPENSA RESTITUIT ANNO SALUTIS MDLXXIX", ovvero "Al tempo di Gregorio XIII Pontefice Maximo Cesare Giovenale Mannetto figlio di Latino III Consigliere questa torre un tempo andata in rovina e rinnovata da Nicola Mannetto VII Ex-Senatore e dai suoi colleghi, le famiglie dei quali sono estinte, nuovamente dopo 421 anni di nuovo rovinata restituì a proprie spese affinchè il pubblico monumento sussista per la patria secondo le ultime volontà della famiglia Mannetto nell'anno di grazia 1579".

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